ARCTIC MONKEYS “Humbug” – Domino - MUSE “The resistance” – Warner - CECILIA BARTOLI “Sacrificium” – Decca/Universal

Chiariamo subito una cosa: come gli Artic Monkeys rappresentano l’evoluzione della musica degli anni ottanta, i Muse sono l’espressione dell’involuzione di quella degli anni settanta. Facile fare dell’umorismo affermando che “La resistenza” è quella che ci vuole per arrivare in fondo al lavoro di Bellamy e soci, ma anche profondamente ingiusto perché è chiaro che i Muse sono quantomeno sinceri nella loro proposta. Il loro viaggio però li ha portati fin qui: tra i synthazzi pop e improvvide escursioni alla freddimercuri che credevamo per sempre nell’oblio. Di ELO (per fortuna) ce n’è stata una sola e non era certo il caso di scoperchiarne il sepolcro, ma l’anima vaudeville dei britannici è sempre dietro l’angolo. Anima albionica che però ci permette di salutare una band in splendida forma, gli A.M. che con “Humbug” si ergono al di sopra di tutti i concorrenti in una gara che in verità non è mai partita, dato che nessuno in così poco tempo è stato in grado di migliorare il proprio repertorio con così tanta freschezza e fantasia. Anche per loro il debito nei confronti dei predecessori è forte, da Morrissey alla psichedelia britannica, ma l’elaborazione non diventa mai stucchevole esibizione, come nei Muse dove si scimmiotta con “sciopen” un intellettualismo senza alcun senso. Se volete mettere mano ai classici piuttosto procuratevi l’ultimo lavoro della Bartoli, assoluto prodigio della natura che in Italia non facciamo nemmeno esibire per dare spazio a cadaveri nemmeno eccellenti come Marco Carta, mentre in tutto il resto del pianeta si lustra gli occhi. “Sacrificium” vi conquisterà per le prodezze vocali, ma colpisce anche perché dedicato ai “castrati”, quei ragazzi (4000 in un anno…) che venivano brutalmente privati della loro virilità affinché mantenessero la voce acuta. Un album impressionante sotto tutti i punti di vista.
(dal Cacofonico nr. 69 del 10/09)

Altri suoni per l'estate

Tra suoni quasi nuovi che stentano a sorprendere, ma almeno ti fanno passare una mezz’ora al riparo dalle ansie della crisi che c’è o forse non c’è (Grizzly Bear, Akron Family, Warlocks, Kasabian, Crocodiles etc.), ogni tanto appare qualche lampo di creatività pura che parte sì da lontano, da territori cioè scarsamente esplorati, ma in grado di arrivare a cuore, cervello e, perché no, alla pancia. E’ il caso dei Tinariwen , già lodati in passato, il cui nuovo “Imidiwan: companions”, dove il blues, o meglio, l’idea del blues torna a casa e viaggiando attraverso il Sahara ridiventa sofferenza, passione, tingendosi di colori inediti e spargendo fragranze rinfrancanti. Da lontano, molto lontano, arriva Don Cherry, un gigante scomparso, il cui già ampio ambiente del jazz è sempre andato stretto. E’ disponibile ora su cd una collaborazione con il tablista Latif Khan “Music/Sangam” e lasciate perdere i preconcetti sui fricchettoni, perché saranno anche classici raga, ma una volta entrati dentro, non ne uscirete più. Per concludere, in un’estate che porta per vari motivi poca voglia di muoversi, ecco un lavoro che vi permetterà di viaggiare lasciando l’auto in garage: “Floodplain” del Kronos Quartet. Siamo al cospetto di altri Moloch della creatività che anziché sedersi sull’oro della loro fama, continuano a sperimentare ed a ricercare negli angoli più estremi del pianeta. Se soffocate non solo per il caldo, ma anche per l’aria stantia che esce dal vostro stereo, questa piccola dose di coraggio vi rinfrescherà.
(dal Cacofonico nr. 67 del 08/09)

Il sapore del pop

E’ sorprendente la storia dell’ultimo lavoro di Danger Mouse, il signor cinquantapercento dei Gnarls Barkley, che pur mettendo in campo il Real Madrid del rock (Casablancas, Iggy, Coyne e Chesnutt fra gli ospiti) non può uscire per una questione di diritti con la casa discografica. Anni fa sarebbe nata intorno al disco (“Dark night of the soul”) una mitologia infinita degna dell’album nero di Prince o dell’ancor più antidiluviano “Sorriso” dei Ragazzi della Spiaggia. A parte il fatto che ragionare in questi termini al giorno d’oggi è un po’ come usare la mongolfiera per andare in giro, o sfidare qualcuno a duello per un parcheggio, o cercare di parlare dei problemi di questa società: una cosa dell’ottocento. Sappiamo però che all’interno delle case discografiche (incredibile: ne esistono ancora!) si annidano le idee più antiquate del mondo e solo Scajola con il nucleare riesce ad essere più retrogrado. La cosa bella è che questo disco osteggiato per motivi ragionieristici e non artistici è perfettamente fruibile tramite la rete e nessuno può fermarlo. …e guarda un po’, andatelo a dire ai discografici di cui sopra, è veramente un gran bel disco che svetterebbe in tutte le charts. Quindi per gustare il sapore del pop dovrete armarvi di pazienza ed andarvelo a cercare, altrimenti resterete prigionieri dei consigli di articolisti snob da strapazzo (sia come articolisti che come snob) che vi spingeranno fra le braccia di lavori scolastici ed insapori quali “Actor” di St.Vincent o “Still night, still light” di Au Revoir Simone, per non parlare di Tiga con “Ciao!” (ecco sì bravo, saluta e vattene…) Per andare sul sicuro potete comunque optare per il nuovo Royksopp (“Junior”), ma saltando il fosso non vergognatevi ad ascoltare l’ultima compilation di Coccoluto “Amigdala” uno che una volta doveva vergognarsi ad andare in giro a dire che faceva il deejay, mentre oggi quasi gli danno una cattedra di antropologia (a parte che ne sa più lui di tanti altri…). Il suo viaggio verso una house minimal-chic è compiuto ed il tempo passato ad ascoltarlo non è certo tempo perso. Per chi non si arrende c’è “The eternal” dei Sonic Youth che noi troviamo molto fresco e straordinariamente “pop”, ma si sa: il gusto, come la giustizia checché se ne dica, non è uguale per tutti.
(dal Cacofonico nr. 66 del 07/09)

La leggerezza del tocco

Sarà per la stagione che passa dall’inverno all’estate e ritorno nel raggio di ventiquattr’ore, ma la mia attenzione di questo mese si rivolge ad opere che fra loro hanno poco in comune e le alterno nel mio lettore ottenendo effetti devastanti sulla mia psiche già fortemente debilitata dal mondo circostante. Che cosa è soffice o duro per le nostre orecchie e perché a fronte della musica detta leggera non si è mai parlato di musica “pesante”, ma “impegnata”? Partiamo da una delle mie grandi passioni di sempre pur non essendo io un “culattone” come direbbe qualche illuminata camicia verde: i Pet Shop Boys. Più che “leggeri” io li ho sempre sentiti “leggiadri”, in grado cioè di dare un tocco di buon umore alla giornata, anche dopo aver ascoltato un discorso del premier, i belati dell’opposizione e le relative smentite e questo disco, “Yes”, è ciò che serve di questi tempi. A fronte della synth(ma non troppo)-band , metto quello che considero una delle migliori metal-band del mondo: i Brutal Truth. Il loro “Evolution through revolution” già dal titolo la dice lunga e penetrare all’interno di questo blocco incandescente di violenza pura è impresa ardua, un genere che chiamerei “brunetta-metal” tanto è insopportabile, anche se a differenza delle altezzose dichiarazioni del ministro (“Ministro? Con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!” grande principe De Curtis…) queste canzoni (oddio canzoni…) lasciano una spaventosa energia dentro l’ascoltatore. Giù di lì vanno anche i Ministry che ci salutano affatto mestamente con la registrazione di un concerto micidiale e lo intitolano “Adios! Puta madres (Live)”. Pensate un po’: se i Nomadi decidessero finalmente di togliersi dalle palle e chiamassero il loro ultimo album: “Porca Mad… Live!”, ma siamo nel campo della fantasia… Stesso terreno dove si sono ritrovati due reduci degli anni tra i settanta e gli ottanta; parliamo di John Foxx e Robin Guthrie che in “Mirrorball” infondono elettronica leggera, chitarrismo e vocalità eterea in un’opera che non è un capolavoro, ma si fa preferire di certo a certe porcate elettroniche che van per la maggiore sulle riviste specializzate, ma non su questa, dato che la nostra unica specializzazione è proprio la leggerezza.
(dal Cacofonico nr. 65 del 06/09)

U2 “No line on the horizon” – Mercury - DAN AUERBACH “Keep it hid” - Nonesuch

Che cos’è un classico? Facile rispondere: qualcosa che resiste nel tempo e che ci da sempre le stesse emozioni. Il problema è: come riconoscerlo subito? Anche qui si deve spalancare il cuore al pari dei padiglioni auricolari e far in modo che le note arrivino al posto giusto. Bono & soci, navigando fra paradisi fiscali ed iniziative benefiche soprattutto per la loro popolarità, han smarrito da decenni la strada maestra per il cuore. Ricordando Chaplin che, presentandosi in incognito ad una gara per sosia di Charlot arrivò terzo, oggi come oggi gli U2 non riuscirebbero a vincere una delle tante gare per cover-band dedicate a loro stessi. Eppure qualcosa funziona, nonostante la solita rovinosa produzione di Brian Eno che è riuscito quasi ad affossare anche una band vitale come i Coldplay, perché se all’orizzonte di questa multinazionale non può esserci nulla, guardarsi alle spalle può essere utile. Così fra gli eccessi di riverberi, o di “Oh Oh” e “Sha La La” può arrivare qualche zampata incendiaria come”Magnificient” sicuramente uno dei brani più belli dell’anno (il 1987 però!) e giungere alla fine dell’album non è impossibile come spesso è accaduto con la band irlandese. Anche Auerbach si rivolge al passato, ma il suo è uno sguardo puro, senza calcolo ed interesse e questo è ciò che intenerisce della sua musica, sofferta eppure splendente. Scarni arrangiamenti e voce nasale, chitarra distorta e pochi pezzi di batteria, ogni tanto spunta il fantasma del Tom di “Swordfishtrombones” ma fa solo piacere. Un lavoro che pur avendo in mente padri antichi è rivolto al domani e tornando alla domanda iniziale, “che cos’è un classico?”, ecco brani come “Whispered words” lo sono già ora.
(dal Cacofonico nr. 63 dl 04/09)

Scherzi di carnevale

Ormai la festa più divertente dell’anno, quest’anno assai meno divertente del solito, è già passata da un pezzo, a parte a Montecitorio e dintorni dove il Carnevale impazza per dodici mesi. Sono un Qualunquista, dite? …e pure Populista? Sì è vero e allora? E’ un cosa di cui vado fiero. Quindi ascoltato il mio outing, non rompete più i coglioni e proseguiamo: gli scherzi dunque ce li han fatti i Franz Ferdinand e Bruce Springsteen. Sulla bandaccia di Glasgow abbiamo già detto a suo tempo tutto il male che c’era da dire ed oggi Kapranos e soci che ti combinano? Vanno ad incidere un disco stratosferico (“Tonight” – Domino Rec.)… un po’ come se Gasparri avesse un’idea geniale… Dopo tante chiacchiere e distintivo (la migliore band del pianeta… il pop più giusto che ci sia…) sempre comunque migliori di quelle di casa nostra, dato che il problema non è che Povia canta un canzone su/contro i gay, il problema è che Povia canta, punto e basta; finalmente la musica è all’altezza delle aspettative. Gran belle canzoni, con presa immediata ed ispirazione variegata, che mette in fila la solita new-wave ed una voce dai toni morrisoniani che non sarà una novità, ma fa sempre il suo effetto. Il brutto scherzo ce lo gioca invece il Boss da cui, concerti a parte, non ci aspettavamo certo faville, ma nemmeno un disco “scatologico” come “Working on a dream” (Columbia). Le ballate migliori sono poche e comunque, sempre le stesse, ma le peggiori sono veramente orride, quasi a livello sanremese. Se poi andiamo sulla sua tipica canzonaccia da stadio finiamo a mollo nella merda, dato che un brano come “Outlaw Pete” sfigurerebbe anche nel repertorio di Jimmy Fontana.
(dal Cacofonico nr. 62 del 03/09)

Saldi e ribassi

Anche per il rock è stagione di saldi. Gennaio è un mese dove c’è poco da trovare, forse per la stretta vicinanza con le festività natalizie, ormai da decenni terreno fertile di compilations e raccolte varie saturanti il mercato, le orecchie e, per chi ne è dotato, i testicoli. Proviamo a grattare la crosta della mediocrità generale e cerchiamo qualcosa che possa allietarci i pomeriggi gelidi e nebbiosi. Il primo grosso nome è quello del veneratissimo Antony con tanto di Johnsons che torna al pubblico con il nuovo lavoro “The crying light” (Secretly Canadian). Questo è un artista di cui molti narrano meraviglie, ma a noi sembra più bizzarro che geniale; in più la sua voce non ci piace proprio. Per capirci: “The crying light” è un disco notevole, ma dov’è questa abissale differenza con i lavori precedenti? Così si torna al discorso di prima: Antony è bravo, ma è un segnale luminoso in mezzo ad un oceano di pochezza e se lo metti al fianco di chessò, Nick Drake (uno che non c’entra un cazzo con lui) eccolo che sparisce. Gran nome per il discorrere generale anche quello degli Animal Collective che escono con “Merriweather post pavillion” (Domino Rec.) un ensemble aperto sia come componenti che per ispirazione. Anche qui non si può negare che l’ascolto sia quanto meno variegato, passando da un pop nevrotico a lunghe digressioni immerse in un brodo psichedelico, ma se tornano sul serio i My Bloody Valentine, questi che fine fanno? Ogni tanto poi salta fuori odore di Primal Scream che combinato a trame vocali un po’ pesanti, rendono la digestione dell’album lenta e difficile. I migliori del lotto sembrano questi Glasvegas (“Glasvegas” – Columbia), autori del “tormentino” “Daddy’s gone” ma che si fanno apprezzare per tutta la lunghezza del disco con un rock leggero, ma non troppo, delle gran belle chitarre ed una voce irriverente che ricorda lo Strummer meno incazzato…andiamoci piano però, lì siamo in un altro pianeta…
(Cacofonico nr. 61 del 02/09)

GUNS’N’ROSES “Chinese democracy” – Geffen Records

Non avrei mai creduto di trovarmi a parlare dei Guns’n’Roses alla soglia dell’età pensionabile. Primo: difficilissimo che loro ci arrivassero. Secondo: non era detto che ci arrivassi io. In più a me sti capelloni, ancor più imbottiti di stereotipi che di droga, mi sono sempre stati sul cazzo. Detto quindi dell’assoluta inutilità di questo disco, vorrei però fare alcune considerazioni. Solo fino a dieci anni fa un’uscita di questo genere avrebbe fatto saltare il banco, oggi fa anche un po’ tenerezza e quindi mi sento in dovere di prenderla in considerazione. Si pensava che i Guns spogliati di tutto il “rumore” mediatico si sarebbero squagliati come il programma del PD ed invece il disco c’è, è lì, suona e non sfigura. Come, osserverà qualcuno, hai sputtazzato su tutti quelli che fanno della musica un’unica immensa operazione revival ed ora difendi sti zozzoni? E’ vero: non è certo un album da isola deserta, a parte il fatto che se ti trovi su un’isola deserta hai ben altri problemi che ascoltare musica, ma i Guns, anzi diciamo pure il solo Axl e nel discorso ci potremmo infilare i Metallica, spernacchiati dai più, ma affatto male nell’ultimo album, sono in possesso di una cosa rara: l’onestà verso i loro mezzi, una cosa che gli permette di essere ascoltati con animo sereno e senza alcun preconcetto. La musica è un guazzabuglio di Aor mischiato ad industrial solo in grado di evocare il fantasma di quello che una volta veniva definito street-rock, ma dateci un ascolto, male non vi farà. Se poi preferite i Mogwai è affar vostro (e del vostro psicologo di fiducia…)
(dal Cacofonico nr. 60 del 01/09)

JOHANN JOHANNSSON “Fordlândia” - 4AD

C’è una gran voglia di neoclassicismo in giro. Sarà per questo bizzarro periodo in cui la plastica ed il fast-food intellettuale imperano, ma pare che il “lungo respiro”, il movimento elegante, a volte sontuoso, facciano battere i cuori molto più del tunza-tunza delle radiucole che fanno da sottofondo alle nostre vite. Questo signore dal nome nordico è chiaramente un nordico, non nel senso che vorrebbe dare Bossi a questa parola, ma certo di latino qui non c’è proprio nulla. Si sprecano anzi gli aggettivi come algido e glaciale, ma solo per pigrizia, un po’ come accade per il “suono del deserto” con certo rock o la definizione “sanguigno” appiccicato sempre a soul e blues. Non manca certo il calore in questo lavoro, dove nel solco di certe fascinose colonne sonore di film immaginari, si inseriscono inserti elettronici affatto disturbanti. E’ musica europea questa; una musica cioè che partendo dalla lontana tradizione dei maestri, viene reinventata ai nostri tempi e fatta marciare al nostro passo. E’ probabile che questi temi li abbiate sentiti in altre composizioni, ma una volta iniziato l’ascolto sarà veramente difficile liberarsene, soprattutto in giornate in cui il paesaggio intorno a voi, tanto per tornare ai luoghi comuni, si farà invernale. Da abbinare all’ascolto dell’album della Gerrard con Klaus Schultze, ma ci potremmo aggiungere i Mammiffer.
(da Cacofonico nr. 59 del 12/08)

ORNELLA VANONI “Più di me” – Sony/Columbia

Non mi sono rimbambito tranquilli. Questa in verità è un’anti-recensione, cioè non è una stroncatura, ma una semplice dissertazione fatta dall’antropologo che è in me. Questo cd è senza senso alcuno, ma è rivolto ad un target di persone che continuano ad acquistarli. Ascoltandolo però si fa largo la strana sensazione che il nostro mondo non sia reale. In quello vero tutte le cantanti si chiamano “La” (La Vanoni, La Zanicchi, La Mina, La Milva etc.) i signori possiedono belle fabbriche e non sono avventurieri da quattro soldi con i capelli phonati, la tv inizia le trasmissioni alle cinque del pomeriggio e termina a mezzanotte, perché per il resto basta la vita vera. Ci sono ancora le classi sociali è vero, ma tutti sembrano più o meno felici della loro condizione e non hanno voglia di uccidersi tra loro per avere qualcosa in più. Nel mondo vero il giorno e la notte si susseguono e non si vive in un continuo pomeriggio isterico e chiassoso. Qui la parola d’ordine è: fascino. Ecco allora che il cd prende senso, perché vi racconta la vita come dovrebbe essere, ma attenzione la nostalgia non c’entra nulla. Suonato benissimo e arrangiato meravigliosamente, l’ascolto ci fa scoprire che i brani vecchi sono migliori di quelli nuovi e che i cantanti di una volta (compreso Dalla, mai così bravo da 20 anni a questa parte) sono più bravi dei giovani; tutti però se la cavano bene, pollice verso solo per l’Eros nazionale, ma lì il caso è veramente disperato. Se vi vergognate di farvi sentire dal vostro vicino punkabbestia, o di vostro fratello rapper, od anche di vostra madre che per stare al passo con i tempi si è appassionata alla niu-niu-niu-ueiv, andate a farvi un giro in auto, alzate il volume, cantate a squarciagola e vi sentirete meglio.
(da Cacofonico nr. 58 del 11/08)

CALEXICO “Carried to dust” - City Slang

Non credete a coloro che parlano di musica di frontiera. Tanto meno credete a quelli che parlano di imbastardimento pop. L’approccio alla musica dei Calexico non è morbido, bensì notturno ed ormai le frontiere non esistono più, se non nella mente di qualche primate della politica localistica che ancora oggi campeggia sulle pagine dei giornali, ma che la storia spazzerà via presto. La ditta Burns/Convertino nonostante tragga la sua linfa dai vari “folk” americani (siete ancora convinti che ce ne sia uno solo?) sono un ensemble straordinariamente cosmopolita, in grado quindi di comunicare le loro sensazioni ad un pubblico planetario. Dolcezza e rabbia, sì anche rabbia, perché non c’è bisogno di una montagna di distorsori per denunciare un omicidio politico come quello di Victor Jara, poi giorni e notti senza sonno, ma al riparo da ogni affanno, perché questa è musica che protegge, perché fa bene all’animo. In giro ci sono tensione “r.e.m.iane”, trombe messicane e sussurri di slide-guitar, ma è tutta illusione, il nucleo dei Calexico è il cuore e quello non ha nazionalità.
(da Cacofonico nr. 57 del 10/08)

Alla ricerca del silenzio perduto – Il treno di John Cage – Baskerville Edizioni

Questo non è un semplice libro+cd+dvd, ma è il racconto di un’esperienza unica, anzi è la narrazione di un mondo. Nel 1978 (e il vostro c’era…) John Cage sulle tratte Bologna – Porretta e Bologna – Ravenna, ospita a bordo di un treno macchinari per riproduzione di suoni e tanta gente che improvvisa performances di ogni genere. Questo è lo scopo di Cage un genio che forse non capta i suoni di quel secolo (a ciò probabilmente è più adatto Stockhausen) ma cerca di dare all’umanità una via di fuga. E’ pazzesco assistere alle scene di giubilio per un qualcosa che nessuno stava comprendendo in fondo o l’incrocio fra tante esperienze, non ultimo quello fra uno dei padri della musica contemporanea ed i Canterini Romagnoli. Cage però era questo, era il suo sorriso che contagiava, era uno straordinario alchimista che non si chiude nella torre, ma va a cercare gli altri, TUTTI gli altri. In quegli anni a Milano venne contestato perché “amerikano”, casomai da quelli che trent’anni dopo si trovano in piazza per inneggiare alla guerra degli Usa contro le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam (bello il romanzone della vostra Fallaci vero?). Nel “treno” è chiaro che c’è dell’utopia, quella scolorita dalla malinconia degli anni trascorsi, ma c’è anche un’idea forte per un sogno che ti potesse far uscire dalla violenza che dominava il periodo (eravamo a due mesi dall’assassinio di Moro…). Non è andata così e si è piombati in una lunga epoca di “usa & getta”, ma quello che è stato fatto resta. Cage il silenzio perduto l’ha ritrovato da qualche anno e noi chissà quanto resteremo qua in mezzo all’isteria.
dal Cacofonico nr. 56 - 09/08

TRICKY “Knowle West boy” - Domino

Oggi è chiaro che Tricky non è un genio, ma anni fa non la si pensava così. Certo è comunque un bel manipolatore di sensazioni. Questo disco secondo molti lo riporterebbe ai fasti di un tempo, ma a noi non sembra. Delle primissime cose manca la tenebrosa ossessione che sosteneva tutti i brani, qui pare più rilassato anche se certo non sedato dalla pochezza che troviamo nella musica di tutti i giorni. Resta l’istinto dell’esploratore che però questa volta non l’ha portato in luoghi insoliti, ma piuttosto in località turistiche alla moda. Si parte con uno spleen blues e via che si va di reggae, di pop intelligente rivisitando la meravigliosissima (non si dice lo so, ma per lei questo ed altro) Minogue, poi hip-hop e soul. Siamo sempre ad alti livelli, anche se a volte la sensazione da Musicisti “Sans Frontiers” alla Moby è un po’ fastidiosa. L’asso viene calato a metà del disco con la magnetica “Past mistake” (un titolo che è tutto un programma) dove l’atmosfera si fa torrida e cangiante e Tricky mostra di essere il peso massimo di cui molti parlano. Se voleva riaffermare una qualche forma di supremazia all’interno del bristol-sound, c’è quasi riuscito, ma se voleva sconvolgerci non ci ha certo alzato la frequenza del battito cardiaco, ma in un mondo come questo è sempre più difficile.
(dal Cacofonico nr. 55 - 08/08)

Chi dice donna dice....

…. Summer! Donna Summer??? Già proprio lei che sulla sessantina (ragazzi per alcuni è l’età di vostra nonna…) si presenta con un nuovo disco intitolato “Crayons” (Matite? ‘zzo di titolo è?) affatto spregevole, a differenza ad esempio dell’ultrapompata bufala di Madonna “Hard Candy” che divorzia, ma purtroppo non abdica e minaccia pure di mettersi a fare la regista. Restando al cinema che dire della prova della bella (un po’ secchina per i miei gusti…) Scarlett Johansson? “Anywhere I lay my head” è come lei: charmante ma esile, etereo in eccesso, con una serie di effetti eco che allontanano anziché coinvolgere, nonostante i brani portino la prestigiosa firma di Tom Waits. Certo un ascolto piacevole ma… ma con Joan As Police Woman andiamo molto meglio. “To survive” ci fa capire che non siamo al cospetto di una meteora, ma di un’artista che smessi i più nervosi cenni harvejani dell’esordio è passata ad un tono intimo, anche in seguito a dolorose esperienze personali, come testimoniano le comparsate di Rufus Wainwright e David Sylvian. …e passando da un Wainwright all’altra eccoci a Martha che con “I know you’re married but I’ve got feelings too” ci regala un disco cristallino di folk non bucolico (nonostante la barrettiana “See Emily play”) e moderno, dotato di molto stile e l’ospitalità data a Donald Fagen non è certo casuale. A proposito di stile, non mancate assolutamente il secondo disco di Shara Worden alias My Brightest Diamond “A thousand shark’s teeth” uno splendido disco ricco di gemme preziose, riflessivo e introspettivo, ma affatto lezioso e con una voce stupenda. Se parliamo di voce non possiamo che terminare con lei: Diamanda. “Guilty Guilty Guilty” è l’ultimo lavoro, chi parla di inaridimento della vena creativa è sulla strada sbagliata. Certo non siamo ai livelli dei primi dischi, ormai la sorpresa è superata ma il brivido che si prova ad ascoltarla resta unico.
(dal Cacofonico nr. 54 - 07/08)

AFTERHOURS "I milanesi ammazzano il sabato" - Universal /// THE LAST SHADOW PUPPETS “The age of the understatement” - Domino

Perfetto. Tutti parlano di riciclaggio e qui abbiamo due esempi di come si possano riciclare idee musicali del passato (solito discorso di sempre: qualcosa di nuovo no, vero?). La questione è molto semplice: o lo si fa bene, o lo si fa male e fra questi due soggetti chi avrà operato nel modo migliore? Non vi svelo il finale del mio giudizio, ma per aiutarvi vi pongo una domanda: se i milanesi ammazzano il sabato, chi ammazzerà gli Afterhours? Io verso il rock italiano però sono recidivo, non ci ho mai creduto, anche se i casi di eccellenza li ho segnalati. Sarò in errore, ma in Agnelli non ho mai intravisto alcun talento speciale e questo disco non mi fa di certo cambiare idea. Di sicuro i brani che chiudono sono i migliori, forse proprio perché viene abbandonata quella stantia idea di ruachenroll con il fuzz che apre il lavoro, in favore di un’ispirazione del tutto autoctona (più qualche citazione gratuita dei Pixies). Di tutt’altro livello il lavoro dei TLSP che macinano pop psichedelico, irrobustito da ritmiche incalzanti e cori irresistibili, seppure anch’esso un disco fuori dal tempo dove è forte l’impronta degli ultimi Arctic Monkeys, ma se fosse uscito trent’anni fa avrebbe avuto un suo posto nella storia, non certo ora. Il livello compositivo è mirabile ed anche se resta, come sempre, la fastidiosa sensazione del giovane rockettaro strafatto che cerca di fare lo stiloso, alcuni brani sono veramente belli. Agli europei gli inglesi non ci saranno, ma qui non c’è storia….
(dal Cacofonico nr. 53 - 06/08)

PORTISHEAD "Third" - Universal

Va bene ponderare bene le cose, pesare le emozioni, ma undici anni dall’ultimo disco sono più consoni a geni sregolati come Glenn Gould che a formazioni contemporanee che svaniscono all’indomani di un successino in rotation su MTV. Qui ci sta bene la stupidaggine: “ i tempi cambiano”. E’ vero però, perché io che non amavo l’abbiocco-sound del trip-hop là nella metà degli anni novanta, oggi mi scopro interessato a questo terzo lavoro dei Portishead. Ai tempi del precedente lavoro, internet era agli inizi, c’era ottimismo sui mercati (compreso quello musicale), l’undici settembre era semplicemente il giorno prima del dodici e non mi ricordo chi governasse in Italia, ma tanto è la stessa cosa… I Portishead dei cambiamenti se ne fottono, almeno per quello che riguarda il suono “del momento”, ma aggiornano una formula, affatto scontata, con massicce dosi di rumore che se proprio non si può definire noise, si può ascrivere di sicuro alle sonorità disturbanti. Il Bristol-sound come tante altre cose in questi anni si è frammentato, polverizzato per poi diventare altro e Beth Gibbons e compagni lavorano per disorientare l’ascoltatore, che non trova più un baricentro. Ecco, se vogliamo riconoscere un lampo di modernità in “Third” è proprio questo: la vita (e l’arte) non come granitica certezza, ma un continuo volteggiare nell’aria malsana di questi tempi, senza alcun approdo sicuro. Da questo derivano le ritmiche sfasate, i brani interrotti, l’elettronica urticante e la vocalità melodrammatica dei Portishead di oggi; quelli di domani chissà quando li ascolteremo.
(dal Cacofonico nr. 52 - 05/08)

HAVE A NICE LIFE "Deathconsciousness" - Enemielist

Un tempo si parlava di musica leggera per indicare una musica amica che ti tenesse compagnia in ogni momento della giornata. Lungi dall’essere considerato un giudizio, quel “leggera” solo in Italia è diventato un marchio d’infamia, sebbene il blasone dei suoi creatori spesso fosse altissimo. Truffaut, esagerando come sempre, diceva che le canzonette erano l’unica musica veramente importante, ma lo spartito delle hit di allora non era certo l’encefalogramma piatto di quelle di oggi. Per togliersi di dosso l’odore stantio ed ammuffito della musica che va per la maggiore in radio e tv, ecco un bel bagno di “concettualità”, un prezioso carico di musica “pesante”. Qui però il peso specifico non sta ad indicare nulla di infausto o violento o noioso, ma proprio una materia da valutare con calma e solo in determinati momenti. Un pasto da gustare non velocemente in piedi, ma in certe ore particolari. Infatti per questo strano duo del Connecticut sono state usate parole roboanti, quali “kolossal gothic”, ma non bisogna farsi spaventare. Certo i nostri per mettere a punto questo lavoro (che fra l’altro è distribuito solo per e-mail ed è accompagnato da un libretto di 80 pagine…) hanno impiegato cinque anni e lo definiscono con una parola che qualche anno fa sarebbe costata loro la vita: concept-album. Questi ottantacinque minuti di musica però sono una delle cose più affascinanti ascoltate negli ultimi tempi. Certo non c’è modo di farsi due risate, ma in molti hanno scomodato nomi importanti per inquadrarli: Cure, My Bloody Valentine fino ad una delle creature più affascinanti della 4AD: i Cindytalk. Da parte mia ci aggiungo i God Machine e questo la dice lunga sul “mood” del duo, ma anche su quali gemme si possano trovare soprattutto nella prima parte del disco che aumenta di valore ad ogni ascolto.
(da Cacofonico nr. 51 - 04/08)

A VOLTE (SEMPRE PIU' SPESSO) RITORNANO

I pochi amici che ho cercano di convincermi sempre ad occuparmi di novità musicali, ma io non posso farci nulla, visto che la domanda è la stessa della politica: DOV’E’ LA NOVITA’? Se qualche anno fa vi avessero proposto la reunion degli Eagles, avreste reagito come alle dichiarazioni di innocenza della moglie di Mastella: ribaltandovi dalle risate. Oggi invece si rivaluta tutto, anche i Toto, ma il motivo è la scarsa passione che genera il presente. Ecco allora che un “Greatest Hits” del buon Morrissey, raccogliendo brani dagli anni ottanta ad oggi mette in riga tutti i gruppettini britannici degli ultimi cinque anni. E’ uscito anche “The golden age” (titolo per caso ironico?) degli American Music Club, un lavoro che nel secolo scorso avremmo potuto definire minore, ma che oggi svetta per brillantezza ed equilibrio delle composizioni; un disco capace di farvi una compagnia che nemmeno il più affettuoso dei retriever riuscirebbe a darvi. Dal passato, sempre con affetto, arriva pure Joe Jackson che riabbraccia il clima del “notte e dì” in “Rain” e senza infamia e con qualche lode, compresa quella dello stile, cosa non da poco e vi fornisce un prodotto meritevole di attenzione. Anche il compitino di Bob Mould (“District line”), sì proprio lui, è in grado di stupirvi per gradevolezza con canzoni in perfetta linea con il suo stile, fatto di ritmica semplice e chitarre sature senza eccessi. Certo non la tempesta elettrica del terzetto di Minneapolis che ha segnato indelebilmente la storia. …ed a proposito di storia: sono tornati i Bauhaus! Dico: non i Mission od i Nomadi (che purtroppo non se ne sono mai andati…) ma quelli veri… e ti vanno pure a tirare fuori un disco che sembra suonato da un rockband tribalista con frequenti squarci elettrici come ai tempi migliori, guidati dalla solita voce magnetica, una sorpresa. Sì, questa sì. Votate Murphy per un rock migliore, altrimenti fate come me: restate a casa. Insieme ai ritorni celebriamo chi se ne va visto l’addio del Quartetto Alban Berg.
(da Cacofonico nr. 50 - 03/08)

ENRICO RAVA & STEFANO BOLLANI "The third man" - ECM

Con l’avvento del “fazismo”, l’affermarsi cioè del pensiero debolissimo di quel presentatore televisivo che appoggia tutto quello che è carino, corretto e genuino, l’incolpevole Bollani risultava ai più il vero genio di questo duo. Lungi da noi sminuirne il magnifico tocco pianistico, ma si rende contemporaneamente necessario mettere sotto le luci dei riflettori Rava, un artista che, nonostante le medaglie conquistate sul campo, i più lo confondono con un onesto sergente. Inutile dirlo: ascoltare questo disco è terribilmente figo, ma anche indiscutibilmente (è un’orgia di avverbi questo articolo…) emozionante. I due sebbene siano diversi per età e formazione creano un’alchimia speciale grazie ad un affiatamento naturale (ma con Rava è facile…) e ci regalano un disco che fa della spontaneità la sua caratteristica principale. C’è un mondo intero racchiuso nelle note di questo “terzo uomo”, non minaccioso ed oscuro come il film di Reed con Orson Welles, un treno notturno di note che parte da locali fumosi ed arriva fino a noi, proprio ora che il salutismo ha ucciso l’ambiente del club, ma lascia intatto quello gonfio di estrogeni delle palestre chic e nonostante questa nazione sia il regno del cattivo gusto, Rava e Bollani si inseriscono con il loro magico mondo demodè ed in biancoenero alla ricerca di spiriti liberi e raffinati. Seguirli è un dovere oltre che un piacere.
(da Cacofonico nr. 49 - 02/08)

CHARALAMBIDES "Likeness" - Kranky

Esiste un genere inesistente? Un suono inaudito, un qualcosa che non sia immediatamente collocabile in una casella, in uno scaffale dove prenda polvere dopo due giorni? Chiaramente no, non esiste, ma da qualche tempo, dalla colata lavica della banalità che ha invaso i nostri insediamenti sono partiti alcuni rivoli di anticonformismo che intrecciandosi fra loro han dato risultati se non esaltanti, almeno piacevoli. Questi Charalambides (più facile imparare tutti i nomi della costituente del PD..) ad esempio si possono definire gli anti White Stripes per eccelenza; sono un duo, due coniugi (veri) provenienti dal Texas che anziché dare in pasto al pubblico finto r’n’r sanguigno quanto il succo di frutta al ribes, si sono inseriti negli interstizi di una musica che non ha bandiera e una serie di punti di riferimento piuttosto affascinanti quanto sfuggenti. C’è una voce che evoca le migliori signore della 4AD, chitarre distorte e giri armonici ripetitivi che sanno di velluto sotterraneo e mantra indiani attraversati da lampi elettronici. Facile parlare di globalismo musicale, ma qui non abbiamo a che fare con suggestioni speziate che infestano anche le hit da classifica (del resto ormai anche vostra nonna, a differenza di un tempo, ha contatti quotidiani con musiche non autoctone) siamo bensì di fronte ad un progetto teso a destabilizzare la melodia normalmente intesa. Un progetto da seguire assolutamente.
(da Cacofonico nr.49 - 01/08)