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La leggerezza del tocco

Sarà per la stagione che passa dall’inverno all’estate e ritorno nel raggio di ventiquattr’ore, ma la mia attenzione di questo mese si rivolge ad opere che fra loro hanno poco in comune e le alterno nel mio lettore ottenendo effetti devastanti sulla mia psiche già fortemente debilitata dal mondo circostante. Che cosa è soffice o duro per le nostre orecchie e perché a fronte della musica detta leggera non si è mai parlato di musica “pesante”, ma “impegnata”? Partiamo da una delle mie grandi passioni di sempre pur non essendo io un “culattone” come direbbe qualche illuminata camicia verde: i Pet Shop Boys. Più che “leggeri” io li ho sempre sentiti “leggiadri”, in grado cioè di dare un tocco di buon umore alla giornata, anche dopo aver ascoltato un discorso del premier, i belati dell’opposizione e le relative smentite e questo disco, “Yes”, è ciò che serve di questi tempi. A fronte della synth(ma non troppo)-band , metto quello che considero una delle migliori metal-band del mondo: i Brutal Truth. Il loro “Evolution through revolution” già dal titolo la dice lunga e penetrare all’interno di questo blocco incandescente di violenza pura è impresa ardua, un genere che chiamerei “brunetta-metal” tanto è insopportabile, anche se a differenza delle altezzose dichiarazioni del ministro (“Ministro? Con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!” grande principe De Curtis…) queste canzoni (oddio canzoni…) lasciano una spaventosa energia dentro l’ascoltatore. Giù di lì vanno anche i Ministry che ci salutano affatto mestamente con la registrazione di un concerto micidiale e lo intitolano “Adios! Puta madres (Live)”. Pensate un po’: se i Nomadi decidessero finalmente di togliersi dalle palle e chiamassero il loro ultimo album: “Porca Mad… Live!”, ma siamo nel campo della fantasia… Stesso terreno dove si sono ritrovati due reduci degli anni tra i settanta e gli ottanta; parliamo di John Foxx e Robin Guthrie che in “Mirrorball” infondono elettronica leggera, chitarrismo e vocalità eterea in un’opera che non è un capolavoro, ma si fa preferire di certo a certe porcate elettroniche che van per la maggiore sulle riviste specializzate, ma non su questa, dato che la nostra unica specializzazione è proprio la leggerezza.
(dal Cacofonico nr. 65 del 06/09)

ORNELLA VANONI “Più di me” – Sony/Columbia

Non mi sono rimbambito tranquilli. Questa in verità è un’anti-recensione, cioè non è una stroncatura, ma una semplice dissertazione fatta dall’antropologo che è in me. Questo cd è senza senso alcuno, ma è rivolto ad un target di persone che continuano ad acquistarli. Ascoltandolo però si fa largo la strana sensazione che il nostro mondo non sia reale. In quello vero tutte le cantanti si chiamano “La” (La Vanoni, La Zanicchi, La Mina, La Milva etc.) i signori possiedono belle fabbriche e non sono avventurieri da quattro soldi con i capelli phonati, la tv inizia le trasmissioni alle cinque del pomeriggio e termina a mezzanotte, perché per il resto basta la vita vera. Ci sono ancora le classi sociali è vero, ma tutti sembrano più o meno felici della loro condizione e non hanno voglia di uccidersi tra loro per avere qualcosa in più. Nel mondo vero il giorno e la notte si susseguono e non si vive in un continuo pomeriggio isterico e chiassoso. Qui la parola d’ordine è: fascino. Ecco allora che il cd prende senso, perché vi racconta la vita come dovrebbe essere, ma attenzione la nostalgia non c’entra nulla. Suonato benissimo e arrangiato meravigliosamente, l’ascolto ci fa scoprire che i brani vecchi sono migliori di quelli nuovi e che i cantanti di una volta (compreso Dalla, mai così bravo da 20 anni a questa parte) sono più bravi dei giovani; tutti però se la cavano bene, pollice verso solo per l’Eros nazionale, ma lì il caso è veramente disperato. Se vi vergognate di farvi sentire dal vostro vicino punkabbestia, o di vostro fratello rapper, od anche di vostra madre che per stare al passo con i tempi si è appassionata alla niu-niu-niu-ueiv, andate a farvi un giro in auto, alzate il volume, cantate a squarciagola e vi sentirete meglio.
(da Cacofonico nr. 58 del 11/08)

AFTERHOURS "I milanesi ammazzano il sabato" - Universal /// THE LAST SHADOW PUPPETS “The age of the understatement” - Domino

Perfetto. Tutti parlano di riciclaggio e qui abbiamo due esempi di come si possano riciclare idee musicali del passato (solito discorso di sempre: qualcosa di nuovo no, vero?). La questione è molto semplice: o lo si fa bene, o lo si fa male e fra questi due soggetti chi avrà operato nel modo migliore? Non vi svelo il finale del mio giudizio, ma per aiutarvi vi pongo una domanda: se i milanesi ammazzano il sabato, chi ammazzerà gli Afterhours? Io verso il rock italiano però sono recidivo, non ci ho mai creduto, anche se i casi di eccellenza li ho segnalati. Sarò in errore, ma in Agnelli non ho mai intravisto alcun talento speciale e questo disco non mi fa di certo cambiare idea. Di sicuro i brani che chiudono sono i migliori, forse proprio perché viene abbandonata quella stantia idea di ruachenroll con il fuzz che apre il lavoro, in favore di un’ispirazione del tutto autoctona (più qualche citazione gratuita dei Pixies). Di tutt’altro livello il lavoro dei TLSP che macinano pop psichedelico, irrobustito da ritmiche incalzanti e cori irresistibili, seppure anch’esso un disco fuori dal tempo dove è forte l’impronta degli ultimi Arctic Monkeys, ma se fosse uscito trent’anni fa avrebbe avuto un suo posto nella storia, non certo ora. Il livello compositivo è mirabile ed anche se resta, come sempre, la fastidiosa sensazione del giovane rockettaro strafatto che cerca di fare lo stiloso, alcuni brani sono veramente belli. Agli europei gli inglesi non ci saranno, ma qui non c’è storia….
(dal Cacofonico nr. 53 - 06/08)

THE ROSENKRANZ - DANCE BIT, DANCE!

L’ultimo Meeting delle Etichette Indipendenti ha ufficialmente dichiarato la morte della discografia ufficiale in favore della circolazione di idee su rete e non su supporto fisico. E’ stato istituito un concorso dall’esplicativo nome di MEI Space che si è rivelato un successo immediato, con una risposta vastissima, giusto per comprendere quanto la “vita artistica” di una band o di un solista non sia più legata alla classica dicotomia dischi/concerti, ma passi per altri canali. A suffragare questa teoria è la notizia di questi giorni che The Niro, artista romano già segnalato su queste pagine, ha firmato un contratto con una major, dopo un veloce passa parola tra gli utenti di rete. Vincitori del concorso MEI Space sono risultati The Rosenkranz (www.myspace.com/martinovergnano) provenienti dalla provincia di Torino e questa volta sul giudizio finale non c’è nulla da eccepire. Del gruppo piemontese si apprezza l’ironia, che abbonda nella loro pagina, ma soprattutto nella costruzione dei brani che alternano ballate folk a momenti più legati alla musica indie. Anch’essi di recentissima formazione, sono arrivati presto a comporre canzoni basate su idee semplici, ma non banali, con quel gusto stralunato che ha fatto la fortuna di tanti da Barrett a Wyatt, fino arrivare ai Flaming Lips meno metallici; ascoltarli è non solo piacevole, ma anche sorprendente, soprattutto nell’uso del violino. Altro genere, ma non meno talento per i Dance Bit, Dance! (www.myspace.com/dancebitdance) da Treviso, più legati a stilemi new-wave, o meglio ai gruppi forse più vicini a loro anagraficamente che si sono ispirati al post-punk, come Smashing Pumpkins o NIN, anche se qui l’elettronica è meno incessante. Presentano anche tratti ipnotici che ricordano, spero non si offendano, i Pink Floyd della seconda metà degli anni settanta, in pratica prima dell’esplosione megalomane del “Muro”, forse per le parti ritmiche, o le tracce d’organo, che insieme agli splendidi e misurati interventi di chitarra (tuffarsi nel “maelstrom” di “Kingdom of Annie” per credere) formano un corpo musicale di tutto rispetto, pronti per un live che dubito possa deludere, ma anche per la pubblicazione su cd che mi auguro sia prossima.

GIARDINI DI MIRO’ “Dividing opinions” - Homesleep

Abbiamo sempre tirato volentieri merda contro le band italiane, ma questa volta siamo contenti di segnalare un lavoro che veramente non ha nulla di italiano (inteso nel senso più deleterio/musicale del termine). I GDM con un nome così tragicamente brutto sono in giro da un pezzo, ma non avevano mai raggiunto le vette di “Dividing opinions”. Non c’è nulla che non funzioni in questo disco, dalle parti ritmiche a agli arpeggi chitarristici, fino agli interventi degli archi e da una serie di idee già usate da altri (ma in fondo, a parte Omero ed Eschilo chi non è derivativo?) approdano a soluzioni melodiche sorprendenti. Si possono avvicinare agli inarrivabili My Bloody Valentine, anche se non è presente la stessa confusione psichica a favori di sprazzi di romanticismo che a volte li fa transitare sulle strade dei God Machine. Sorprende che certa critica non si sia esaltata più di tanto per un disco che si può definire perfetto, mentre è capace di scaldarsi oltremisura per i “Fratellis”. Fossi in loro punterei soprattutto sull’estero, anche perché se questo è un periodo dove giganteggiare è facile, loro sarebbero stati bravi anche in momenti di maggiore fertilità del mondo musicale ed i GDM potrebbero essere tranquillamente in testa alle classifiche britanniche dove vanno spesso band inutili. Un’ultima considerazione sul magnifico packaging del cd, perché proprio in questo periodo di scontri e santificazione rapide, capire da quale fonte nasce il fiume dell’odio è importante; così i morti di Reggio Emilia restando per sempre impressi nella nostra memoria, non saranno stati ammazzati invano. Il massimo dei voti dunque per una band che se non si “suicida” ha davanti a sé un futuro veramente radioso.

"da Cacofonico nr. 38 - 03/07"

CARLA BRUNI “No promises” - Naive

Non credo che il “fenomeno” Carla Bruni sia stato valutato nella giusta dimensione. In un ambiente mediatico e culturale dove il nulla regna sovrano, far passare sotto silenzio una che fa parlare di sé sia sulle pagine di Vogue che su quelle di Rumore, può essere indice di snobismo elevato al cubo, oppure semplicemente invidia. Tutti erano lì per farsi due risate alle spalle della ricca top-model che imbraccia la chitarra, come era già successo con la sua collega Naomi (che detto fra noi ha inciso un disco assai più piacevole delle merdate di Anastacia) ma il risultato aveva stupito tutti (non me ovviamente...) Ora siamo al secondo album e Carlotta riesce già a spiazzare il pubblico passando dal francese all’inglese, in più, astutamente, non essendo una cantante in senso stretto, evita i vocalizzi inutili, per un tono sussurrato e usa come testi poesie di autori importanti, in questo ispirata da M. Faithfull (dico: mica la Tatangelo...). Tutto questo, associato ad una qualità musicale elevata, che unisce ballate folk a guizzi loureediani, da’ la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro dal sapore antico, quando il pop ci prendeva per mano e ci accompagnava in case piene di stanze sconosciute, ma accoglienti, popolate da persone gentili ed indimenticabili. Ha già il suo stile Carlotta, come ai tempi in cui cavalcava le passerelle; ha già il suo marchio di fabbrica e, credetemi, non è poco. Il suo cosmopolitismo non è spocchia, l’equilibrio è l’elemento fondante del suo stile, perché l’armonia oggi è la vera trasgressione. Carla Bruni non si sente superiore, Carla Bruni è superiore.
"da Cacofonico nr. 37 - 02/07"

VINICIO CAPOSSELA “Ovunque proteggi” – Atlantic/Warner /// IVANO FOSSATI “L’Arcangelo” – Columbia/Sony

FRANCESCO DE GREGORI “Calypsos” - Caravan

All’improvviso scatta il coro da ultras: “CAN-TA-U-TO-RE: RAZ-ZA IN-FE-RIO-RE!!” ma a parte questa comicità da Zelig c’è poco da ridere. Canzone d’autore, cosa vuole dire? Dalle nostre parti c’è sempre il macigno “dell’impegno” che penzola sulle nostre teste e da più di trent’anni non si sposta. Capossela è partito da canzonette ubriachette ed oggi è sempre allo stesso punto, con un grande avvenire dietro le spalle. I nomi che si fanno vicino al suo sono sempre gli stessi, compreso Waits, che nel frattempo ha iniziato e concluso tre carriere diverse. Il sottotitolo del lavoro di De Gregori è: “9 nuove canzoni” NUOVE?? Ma se compone sempre la stessa da anni! E’ vero: ha scritto pagine magiche della nostra musica, ma il suo verbo ormai si declina solo al passato. Infine il più sopravvalutato di tutti, il maestro con la m minuscola che di grande ha solamente la spocchia. Esemplare il testo de “Il battito” le cui parole sono state riportate più volte: “Dateci parole poco chiare, quelle che gli italiani non vogliono capire” Per la serie: io sono intelligente, insieme a pochi altri (e chi? Veltroni forse, o Fazio? o Santoro?) mentre la massa è composta da ignoranti. Giudicate voi: Dylan e Cohen non si sono mai permessi. In fondo Fossati si lamenta perché viene ricordato soprattutto per “La mia banda suona il rock” ed anziché essere felice che quella canzone faccia ancora saltare la gente sulle sedie, se ne duole. Non voglio questa gente come compagni delle mie giornate, per fortuna è uscito il nuovo dei Placebo....
"da Cacofonico nr. 28 - 04/06"

M.E.I. COIONI!!!

L’espressione nasce spontanea dopo aver letto i numeri della rassegna faentina. Lungi da noi criticare il lavoro che da anni il mefistofelico Giordano Sangiorgi e l’angelica Roberta Barberini svolgono nell’ambito musicale della Romagna, ma i numeri nella vita non sono tutto. Innanzitutto fare un Meeting di stampo professionale con ambizioni internazionali a Faenza è come fare il Salone della Nautica a Pieve di Cadore, ma anche qui non si può certo criticare chi ha creduto in questa manifestazione e l’ha fatta crescere in un ambiente provinciale e lontano dalle grandi rotte “commerciali”. Il problema non è questa rassegna od un’altra eventuale, più grande ed eventualmente legata ad avvenimenti sinergici (stile Midem per intenderci) ma è proprio la musica ad avere davanti a sé un futuro affatto roseo. Non parlo solo di mercato, affossato dai talent-scout più ignoranti del pianeta, ma proprio della musica come l’abbiamo sempre intesa: un veicolo di emozioni e suggestioni in grado di farci vedere la vita in modo diverso. A chi dovrebbe salvare la vita il r’n’r di oggi? Quale rivoluzione della mente od anche solo dei costumi, dovrebbe suffragare? La risposta non c’è. Basta solo accorgersi che ci sono settori molto più avanti nella ricerca di una risposta. Le arti visive ad esempio e non parlo di cinema, ormai al grado zero anch’esso, sopravvivente solo grazie all’ossigeno velenoso dei remake, quanto piuttosto il design, l’architettura, certi settori della pittura e della fotografia ed anche la moda è più avanti delle chitarre elettriche (cosa che poi è sempre accaduta...). Non sarà dunque il MEI con i suoi venti tavolini dove lasciare i demo, o le quattro tarantelle ascoltate in giro o, peggio ancora i dibattiti, che ritornano ciclicamente sempre sugli stessi argomenti, ad indicarci una rotta, perché in verità non c’è nessun mare da solcare. Una volta le indies nostrane erano un semplice parcheggio per talenti speranzosi di finire al più presto in una major; niente a che vedere con ciò che accadeva all’estero ( e che accade da noi nell’editoria ad esempio) dove il gusto della scoperta era all’ordine del giorno. Oggi i colossi del disco non fanno altro che gonfiare i prezzi dei cd o truffare i giovani beoti con le suonerie per cellulare, la creatività è andata a farsi fottere e il processo è irreversibile. Certo che se il MEI non esistesse la cosa sarebbe ancora più triste; lasciamolo allora a chi crede ancora di poter far sentire la sua voce, ma consideriamo il tutto come una grande sagra paesana e non lo diciamo con disprezzo, ma proprio in nome di quel senso di intimità dei pochi eletti, di massoni del suono lo-fi, consegnando casomai qualche premio in meno (darne tanti non è segno di qualità) ed evitando di calpestare il lordume di personaggi affatto degni della causa (vedi Red Ronnie, i Nomadi e soprattutto Celentano finto spirito libero). In ogni caso auguri per il decennale.
"da Cacofonico 01/06"

LIGABUE “Nomi e cognomi” - WB

Ligabue, ovverossia la SuperValutazione dell’usato. E sebbene si tratti di usato sicuro, (sicuro nel senso che questo disco venderà sicuramente, mi augurerei non fosse così, ma è più facile credere in una diminuzione del prezzo della benzina) possiamo essere certi che parole come hip-hop, post-rock, grunge od altre che hanno fatto avanzare in qualche modo la storia della musica, siano a lui del tutto sconosciute. Qui siamo all’età della pietra del rock, dove, come in tutti gli altri album, si alternano il classico “pezzotirato” e la “ballataintimista” per un totale di undici brani assolutamente uniformi, con testi infarciti di frasi fatte. Il Luciano più magro della musica retorica emiliana non rischia nulla e si mostrerà come sempre vincente (ed è strano per un interista...), nonostante qualche giorno fa abbia trascinato duecentomila persone davanti ad una radiolina. Non è un genio, ma lui lo sa e per questo il primo brano attacca come il più famoso dei Nirvana ed il secondo ha un giro “gansendrosis”, così resta sempre in quella posizione ruffiana, ma redditizia, tra finta indipendenza e mainstream. Vuole un nome ed un cognome? Perfetto: Gianluca Grignani ha molto più talento di lui!

MORGAN “Non al denaro, non all’amore, nè al cielo” – Sony /// COLDPLAY “X&Y” - Parlophone/EMI

… e se vi dicessi che De Andrè è sopravvalutato, voi mi tirereste quello che vi capita fra le mani, vero? Probabilmente avete ragione, allora diciamo che le canzoni di De Andrè sono tra quelle che risentono maggiormente dell’usura del tempo. Si potrebbe aggiungere che ognuno ha le star che si merita (come il governo… ma che cazzo di peccato mortale abbiamo commesso poi…) così qui ci troviamo di fronte ad un connubio gossiparo di cantanti + attrici (anche se definire Asia Argento un’attrice è come dire che un portabiciclette è una scultura o che Castelli è un ministro…) ma le consonanze si fermano qui. Sui Coldplay, alle prese con il difficile terzo album (quello che per i veri giornalisti segue il difficile album d’esordio ed il difficile secondo album) la stampa specializzata era pronta a sparare a zero, ma Martin & soci li han messi a sedere, così al massimo si è parlato di noia, come i critici musicali di Repubblica (perché Repubblica ha dei critici musicali???) od il New York Times che poi casomai sbava dietro ad un posteggiatore abusivo di nome James Burp o Blunt che sia. I migliori però sono quelli di R. Stone Italia (questo sì un gran periodico, con quei bei fogli grandi e resistenti, perfetti per incartarci il pesce) che rovesciano il mondo, snobbando i Coldplay ed incensando il lombardo Castoldi . Voi fidatevi solo del Cacophonico perché anche se “X&Y” non è un capolavoro assoluto, non ha una sola canzone da buttare e raccoglie le migliori sensazioni della musica inglese, dai Beatles ai Radiohead, passando per new-wave ed House of Love (a proposito è uscito da qualche mese un nuovo bellissimo album…). Non credete alla chiacchiera che vede “X&Y” un lavoro al servizio del suo leader, perché in verità la musica dei Coldplay è una perfetta alchimia di giri armonici, ritmi e melodie unica al mondo. Teneteveli stretti, a meno che in futuro non ci tradiscano come quei tromboni degli U2 ed alle prese con il “difficile” quarto album anziché darci uno Zo-So e ci rifilano una coglionata stile “fuoco indimencabile”. Badate solo alla musica, che in un disco ha ancora la sua importanza e lasciate i giochini da intellettuali a quelli che danno le lauree honoris-causa a gente come Vasco Rossi (di cui comunque ringraziamo i fans per aver preso a bottigliate le Vibrazioni ed i Velvet…) mentre fanno morire nella miseria Lauzi ed Endrigo… fidatevi, anche De Andrè sarebbe d’accordo….
"da Cacofonico - 07/05"

AFTERHOURS “Ballate per piccole iene” – Mescal /// MARLENE KUNTZ “Bianco sporco” - Virgin

Se un miracolo l’ha fatto questo papa è stato per il giorno del suo funerale, quando incredibilmente Radio Deejay ha smesso di trasmettere della musica di merda ed ha dato spazio a musicisti di assoluto valore che vanno dai vecchi Rolling Stones (non certo la multinazionale del gerovital di oggi) ai Coldplay, dai migliori REM ad addirittura Janis Joplin, passando per Dylan, di cui, per non far mancare il loro greve senso dell’umorismo, adatto al loro pubblico di brufolosi adolescenti incapaci di incrociare due congiuntivi (tanto per la PS2 non servono...) hanno trasmesso “Knockin’ on heaven’s door”. Detto questo sulle nostre radio, perché ultimamente è capitato ascoltare tra qualche “tunza-tunza” alcuni brani delle due MBRI (Migliore Band Rock Italiana). Non è che sulla nostra FM si sono messi a cagare l’intelligenza, semplicemente cercano altre strade, ma credendo di fare un favore alle due MBRI, in verità le danneggiano, perché anch’esse non riescono ad elevarsi oltre l’omogeneità diffusa. Qui non si tratta di evidenziare la ormai acquisita inferiorità del rock italiano in generale, quanto cercare di capire perché il periodo sia così avaro di creatività. Idee che arrivano dall’ormai onnipresente mondo della tv (anche i titoli...), canzoni da cantautorame mischiate al suono rock d’oltreoceano con cui si sonorizzano anche i programmi per i bambini (ve lo giuro: Audioslave su RaiSat Ragazzi!); echi di formazioni grandissime come i Matia Bazar ed i troppo citati Area a loro tempo snobbate e comunque irraggiungibili per questi pseudo-talenti. Tutto insieme per un cocktail non indigesto, ma semplicemente inoffensivo, la cosa peggiore per un gruppo rock. Sono esterofilo? Sì, è vero... e allora? Nessuno in tutti questi anni è mai riuscito a smentirmi.
"da Cacofonico 05/05"

BLONDE REDHAED "Melody of certain damaged lemons" - Touch and Go

Rock italiano ‘sto cazzo! Due lombardi (che già per qualcuno non è Italia…) che han vissuto più di vent’anni tra Canada e States ed una giapponese, hai voglia di scavare tu per trovare le radici… Comunque di questo disco non volevo parlare, finchè non hanno iniziato a raccogliere allori un po’ ovunque. Probabilmente è invidia, forse è dello stesso tipo di invidia che i sostenitori del nanetto di Arcore, imputano ai loro nemici quando vedono uno ricco, già è probabile, ma resta il fatto che questo disco è sì carino, ma farlo uno dei migliori dell’anno fa proprio ridere. I Blonde Redhead, sono il sottoprodotto di una sottocultura sotterranea che ci ha dato bellissime cose, però il loro è anche un sottotalento che non li fa certo brillare. Le trame sonore sono graziose, ma non sono altro che un’allegra gita nei campi “sonici” (ecco, la parolaccia mi è scappata!). Va a finire che se restavano a Milano non se li filava nessuno….

"da Jammai nr. 38 - 01-02-03/01

RIDILLO "Qualsiasi album, qualsiasi canzone, qualsiasi alito di vita..."

In Italia deteniamo un altro record ben poco invidiabile : il peggior gruppo musicale in tutto il mondo. Questo dovrebbe scacciare i sopraccitati Ridillo nel buco da cui sono venuti fuori ed invece, visto che siamo in un paese di deficienti, rischia di farli diventare, parola orrendibilissima, “cult”. Se volete continuare a farvi prendere per il cul-t fate voi, altrimenti diffondete questo messaggio : ignorateli. D’ora in poi nessuno parli più di loro, né in bene (ma com’è possibile ?), né in male.
"da Jammai nr. 24 - 07/98"

PROZAC + "Acido acida" - EMI

L’altra notte ho avuto un incubo : ero a cena con La Russa e Previti ed alla fine ci dovevamo scopare la Pivetti (una qualsiasi, tanto sono racchie tutte e due). La colonna sonora di questa magnifica serata era proprio l’album della band di Pordenone. Me la sono meritata, visto che tempo fa ho parlato bene di loro (ma non li avevo visti ancora dal vivo, dove ripetono trecento volte la stessa canzone). Il titolo speriamo stimoli qualche mafioso di buon cuore a farli sparire, con buona pace di tutti quei dodicenni nel cui cuore hanno preso il posto di Cristina D’avena.
"da Jammai nr. 24 - 07/98"

ITALIA?! FORZA....

AREA “Chernobyl 7991” - Sony
BLUVERTIGO “Metallo non metallo” - Mescal/Sony
CRISTINA DONA’ “Tregua” - Mescal/Mercury
GRANDE OMI “Il Grande Omi” - CPI/Mercury
LA CRUS “Dentro me” - Mescal/WEA
LUCIFERME “Luciferme” - CPI
MASSIMO VOLUME “Da qui” Mescal/Polygram
NEGRITA “XXX” - Blackout
SANTO NIENTE “Santo Niente” - CPI
TIMORIA “Eta Beta” - Polydor
Tutti parlano degli Stati Uniti come terra promessa del rock, ma in verità a loro non è che vada meglio, visto che agli ultimi Grammy, un mentecatto quale Eric Clapton è stato eletto musicista dell’anno. Ricordiamo a chi si fosse sintonizzato solo ora sulle onde di Jammai, che il signor Manolenta è, insieme a Elton John e Prince, l’artista preferito dagli stilisti, proprio perché il suo nulla musicale è adatto al vuoto delle vanità più raffinate. Basterà rimembrare che le cose migliori dei Cream erano di Jack Bruce, che “Cocaine” è di J.J.Cale e che l’altro splendido hit “Layla”, deve sì la sua forza ad un riff di chitarra, ma ad opera del grande (lui sì) Duane Allman. Perché mi dilungo sull’ex marito di Lori Del Santo ? E’ semplice : per ritardare il più possibile di commentare le miserie nazionali, ma visto che mi è venuta l’idea, è ora che mi butti. Partiamo dalla Donà che, si dice, cantautrice dal grande avvenire. Lo si è detto anche della Consoli, che invece spappola i coglioni, ma con questa giovane va leggermente meglio. Il suo modello, checchè se ne dica, è P.J.Harvey, quindi una battaglia persa in partenza, anche perché le canzoni migliori sono quelle più melodiche, quelle più vicine, guarda caso, alla tradizione italiana. Quindi il rock lasciatelo a chi lo sa fare... come i Negrita ad esempio, che conoscono alla perfezione una canzone sola e la ripetono di continuo. Sono i Black Crowes della Garfagnana, ma detto da me non è un complimento. Ci vorrebbe H.G.Wells con la sua macchina del tempo, li spediremmo indietro di trent’anni, così sarebbero contenti loro e pure noi. Sempre dal passato pescano i La Crus che inspiegabilmente mandano in visibilio critici e giurie di tutti i premi (pensi che manchi loro solo il Telegatto, ma prima o poi...), anche questo disco va a pescare da Tenco, bla bla bla, dalla scuola di Genova, bla bla bla, Ciampi, gulp ! (calmi, non il ministro !), i campionamenti, Bristol-sound più Conte etc. etc. Tanto rumore per nulla, direbbe il Bardo, o meglio, per poco, visto che le prime due canzoni sono proprio belle, tra le migliori ascoltate negli ultimi tempi, poi il disco si perde in tutta una serie di cazzeggi elettronico-cantautoriali che annoiano smisuratamente. “Ennui” anche per i Massimo Volume, ma in grande stile. Ho sottomano sia il disco che il libro di Clementi e non è che ci sia una gran differenza. Storie di straordinaria ordinarietà o viceversa, che colpiscono, ma non sconvolgono. A differenza di altri, credo che siano le parti musicali le cose più belle. Il sound dei M.V. è unico, però questo è il terzo disco fatto nella stessa maniera e l’esistenzialismo sta cedendo il passo allo sbadiglio. Non c’è da esaltarsi neanche per i loro amici Santo Niente, che hanno perso Umberto Palazzo nella sigla, ma non nella sostanza, visto che fa sentire tutto il suo peso con le consuete alchimie psichedeliche del Tavoliere. Le note portano ai Sonic Youth le liriche parlano di “scimmia sulla schiena”. Nessuna delle due cose è una novità. Se però vogliamo crogiolarci come maiali nel letame del revival, possiamo farlo con Il Grande Omi e Luciferme. I primi ci piazzano la solita pizza a base di carciofini e sound-alternativo anni ottanta. I secondi invece, potrebbero chiamarsi Lucispente visto che dalla loro musica non s’intravede la minima scintilla vitale, pescando così a piene mani dallo stesso decennio il sinfonismo ottuso di Jim Kerr e soci. Strana cosa : Maroccolo oggi supervisiona o produce roba che dieci anni fa non si sarebbe mai sognato di suonare. L’unica nota vagamente positiva arriva dai Bluvertigo, che non saranno forse il futuro del rock nazionale, ma che almeno riescono a comporre brani decenti, anche se più commerciali di altri ed ad arrangiarli molto bene, soprattutto nell’uso della tecnologia, che per molti è solo un riempitivo da inserire “sennò non si è moderni” . C’è ancora qualcosa da rivedere (soprattutto i testi, che palle !), ma in futuro potrebbero riservare qualche sorpresa piacevole. Chi un futuro, secondo me non l’ha mai avuto, sono i Timoria, per cui il dizionario non riporta termini sufficientemente negativi per parlarne. Tempo fa un giornalista sosteneva che se a Sanremo ci fossero stati loro.... sarebbe stato il solito Festival, aggiungo io ; perché non c’è alcuna differenza fra la merda della Oxa (almeno lei è una grande interprete...) ed i loro aborti a volte progressive, a volte metal, a volte crossover. Ed è anche ora che la smettano di riempirsi la bocca con citazioni di Ciampi (sempre lui, non il ministro) e Stratos. A proposito del grande greco (quanto ci manchi, tu non ti immagini quanto...) chiudiamo sulle dolenti note degli Area. Li ho inseriti perché molti si dicono ispirati da loro, ma finora la loro eredità resta vagante. Parlo però di “quegli” Area, perché questi non c’entrano niente. Ora è Capiozzo il motore della band e fa ridere, perché sarebbe come se si riformassero i Beatles con solo Ringo Starr. Purtroppo la musica è un’infinita rottura di cazzo che non porta nulla di nuovo, ma che non è neanche un sano esercizio di stile. E’ solo merdosa fusion per nostalgici del Parco Lambro, che oggi sono seriosi ministri o direttori di qualche tg. Discorso finale (soprattutto per le etichette) alcuni dei prodotti sopracitati, con qualche sforzo, potrebbero arricchire le nostre discografie, ma mai e dico mai, neanche per il figlio dell’Agha Khan, vale la pena di spendere trentaseicartedamille per uno di questi compact. Dite che il mercato è in crisi ? Cazzi vostri.
"da Jammai nr. 18/19 - 07-09/97

FASTEN BELT "Vivi il tuo tempo" - BMG

Un mio amico dice che non si può fidare di un gruppo punk che si chiama "cintura di sicurezza". Sbaglia, perché a lui piacciono i Nazzareno Impalato ed i Macinatori di Cadaveri ed anche perché i Fasten Belt non fanno punk. Sembrano una versione bubble-gum di Ligabue, ma non per questo sono da fucilare, almeno per me che sono contrario alla pena di morte. Certe canzoni sono orecchiabili e fischiettabili, ma resta il fatto che in Italia (non solo ultimamente...) si continuano a fare esclusivamente dei filmini, dei libriccini, dei concertini e, naturalmente, dei dischini. "Vivi il tuo tempo" non sfugge alla regola e si adagia su un antico suono "beat" leggermente modernizzato. E i testi? Come diceva uno che di versi se ne intendeva: "non ti curar di loro...".
"da Jammai nr. 14 - 11/96"

PROZAC + "Testa plastica" - Vox Pop /// SOON "Scintille" - Black Out/Mercury

A vederli la figura dei somari la facevano i Prozac +, con quelle facce di chi ripete per due volte di fila la prima superiore, mentre i Soon erano “visually correct”, apparentemente pronti a sfoderare una classe da veri outsiders. Capita poi che metti su i due cd (non contemporaneamente perchè il lettore sennò li spacca) ed il mondo si capovolge. Accade allora che con i Prozac ti diverti sul serio, le canzoni ti restano in testa, cosa fondamentale per ogni pop-band, pensi che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole, ma i ragazzi sono giovani e questa è solo l’esordio e certe idee, se portate avanti potranno dare belle sorprese in futuro. In più se questa fosse la musica “commerciale” piuttosto che la roba dei pompinari che vanno a Sanremo, ci sarebbe da stare allegri. Quando tocca ai Soon pensi subito ad uno scherzo, anche perchè c’è chi ha sprecato il suo tempo a spendere parole di elogio su di loro, ma in verità si tratta solo di un disco dello Zecchino d’Oro suonato con il distorsore. Potete prendere i produttori inglesi, americani od anche da Plutone, ma non trasformeranno mai l’ottone in oro. Si parla già (che fantasiosi...) di duello italiano stile Blur/Oasis, io ho già scelto...
"da Jammai nr. 12 - 07/96"

MASSIMO VOLUME "Lungo i bordi" - Wea /// LA CRUS "La Crus" - Wea /// KARMA Karma" - Rircordi /// TIMORIA "2020 Speed Ball" - Blackout/Polygr

PMI "Parole Musica Istinti " - Le ragazze terribili/Flying
FLUXUS "Vita in un pacifico mondo nuovo" - Sony
CASINO ROYALE "Sempre più vicini" - Black Out/Polygram

"La musica italiana non fa più paura" cita la pubblicità ed è proprio questo il punto: la musica italiana non ha mai fatto paura, non inquieta, non infastidisce, quando va bene solletica. Così ora ci troviamo di fronte al rocchitalianocantatoinitaliano che approda alla corte delle, detto alla romana, "meggior", ma ormai, si sa, neanche più in Amazzonia ci sono gli indios, figuriamoci le indies... I migliori del lotto sono sicuramente i Massimo Volume, che avevavno già stupito con "Stanze" tempo fa. Sono monotoni e deprimenti, ma in senso buono (ammesso che esista) cioè il lungo recitare di scuola-CCCP scivola su una continua serie di dissonanze che dilanianocon la forza dei ricordi. Parlano di cose comuni (anch'io nel freddissimo inverno del 1985, stavo in casa ad ascoltare Jim Carroll... chi se ne frega, direte giustamente voi...) ma fanno risaltare il lato inutile della nostra esistenza. Faranno la fortuna dei vostri psicanalisti. I La Crus invece hanno scoperto i cantautori con vent'anni buoni di ritardo, ne rifanno il verso e per riuscirci meglio indossano i panni dei genovesi-maledetti-esistenzialisti che, a pensarci bene, hanno anticipato anche il loro idolo Nicola Caverna. Una compagnia di allegroni insomma, che però manca di sincerità nel risultato e soprattutto di "magia". Sembra che Tenco, dopo aver sentito la versione di "Angela", sia tornato nel mondo dei viviper poi spararsi di nuovo. Più moderni i Karma, ma non per questo più piacevoli; certo il disco è realizzato bene, suonato bene, mixato (forse) bene, ma quando arriva la fine uno si alza e se ne va senza che gli sia rimasto nulla. Hanno imparato bene la elzione di Seattle nonché quella di Pelù, ma sembra di ascoltare sempre la stessa canzone e la stessa cosa vale anche per i Fluxus ed i PMI, anche se questi ultimi hanno sicuramente più idee. I Timoria invece, sono riusciti nella titanica impresa di fondere il peggio degli anni settanta con il peggio degli anni ottanta, complimenti! Per ultimi i Casino Royale che hanno realizzato un bel disco dal "respiro" internazionale, ma che alla lunga tedia leggermente.
"da Jammai nr. 5 - 05/95"