Visualizzazione post con etichetta Pop. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pop. Mostra tutti i post

Il sapore del pop

E’ sorprendente la storia dell’ultimo lavoro di Danger Mouse, il signor cinquantapercento dei Gnarls Barkley, che pur mettendo in campo il Real Madrid del rock (Casablancas, Iggy, Coyne e Chesnutt fra gli ospiti) non può uscire per una questione di diritti con la casa discografica. Anni fa sarebbe nata intorno al disco (“Dark night of the soul”) una mitologia infinita degna dell’album nero di Prince o dell’ancor più antidiluviano “Sorriso” dei Ragazzi della Spiaggia. A parte il fatto che ragionare in questi termini al giorno d’oggi è un po’ come usare la mongolfiera per andare in giro, o sfidare qualcuno a duello per un parcheggio, o cercare di parlare dei problemi di questa società: una cosa dell’ottocento. Sappiamo però che all’interno delle case discografiche (incredibile: ne esistono ancora!) si annidano le idee più antiquate del mondo e solo Scajola con il nucleare riesce ad essere più retrogrado. La cosa bella è che questo disco osteggiato per motivi ragionieristici e non artistici è perfettamente fruibile tramite la rete e nessuno può fermarlo. …e guarda un po’, andatelo a dire ai discografici di cui sopra, è veramente un gran bel disco che svetterebbe in tutte le charts. Quindi per gustare il sapore del pop dovrete armarvi di pazienza ed andarvelo a cercare, altrimenti resterete prigionieri dei consigli di articolisti snob da strapazzo (sia come articolisti che come snob) che vi spingeranno fra le braccia di lavori scolastici ed insapori quali “Actor” di St.Vincent o “Still night, still light” di Au Revoir Simone, per non parlare di Tiga con “Ciao!” (ecco sì bravo, saluta e vattene…) Per andare sul sicuro potete comunque optare per il nuovo Royksopp (“Junior”), ma saltando il fosso non vergognatevi ad ascoltare l’ultima compilation di Coccoluto “Amigdala” uno che una volta doveva vergognarsi ad andare in giro a dire che faceva il deejay, mentre oggi quasi gli danno una cattedra di antropologia (a parte che ne sa più lui di tanti altri…). Il suo viaggio verso una house minimal-chic è compiuto ed il tempo passato ad ascoltarlo non è certo tempo perso. Per chi non si arrende c’è “The eternal” dei Sonic Youth che noi troviamo molto fresco e straordinariamente “pop”, ma si sa: il gusto, come la giustizia checché se ne dica, non è uguale per tutti.
(dal Cacofonico nr. 66 del 07/09)

La leggerezza del tocco

Sarà per la stagione che passa dall’inverno all’estate e ritorno nel raggio di ventiquattr’ore, ma la mia attenzione di questo mese si rivolge ad opere che fra loro hanno poco in comune e le alterno nel mio lettore ottenendo effetti devastanti sulla mia psiche già fortemente debilitata dal mondo circostante. Che cosa è soffice o duro per le nostre orecchie e perché a fronte della musica detta leggera non si è mai parlato di musica “pesante”, ma “impegnata”? Partiamo da una delle mie grandi passioni di sempre pur non essendo io un “culattone” come direbbe qualche illuminata camicia verde: i Pet Shop Boys. Più che “leggeri” io li ho sempre sentiti “leggiadri”, in grado cioè di dare un tocco di buon umore alla giornata, anche dopo aver ascoltato un discorso del premier, i belati dell’opposizione e le relative smentite e questo disco, “Yes”, è ciò che serve di questi tempi. A fronte della synth(ma non troppo)-band , metto quello che considero una delle migliori metal-band del mondo: i Brutal Truth. Il loro “Evolution through revolution” già dal titolo la dice lunga e penetrare all’interno di questo blocco incandescente di violenza pura è impresa ardua, un genere che chiamerei “brunetta-metal” tanto è insopportabile, anche se a differenza delle altezzose dichiarazioni del ministro (“Ministro? Con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!” grande principe De Curtis…) queste canzoni (oddio canzoni…) lasciano una spaventosa energia dentro l’ascoltatore. Giù di lì vanno anche i Ministry che ci salutano affatto mestamente con la registrazione di un concerto micidiale e lo intitolano “Adios! Puta madres (Live)”. Pensate un po’: se i Nomadi decidessero finalmente di togliersi dalle palle e chiamassero il loro ultimo album: “Porca Mad… Live!”, ma siamo nel campo della fantasia… Stesso terreno dove si sono ritrovati due reduci degli anni tra i settanta e gli ottanta; parliamo di John Foxx e Robin Guthrie che in “Mirrorball” infondono elettronica leggera, chitarrismo e vocalità eterea in un’opera che non è un capolavoro, ma si fa preferire di certo a certe porcate elettroniche che van per la maggiore sulle riviste specializzate, ma non su questa, dato che la nostra unica specializzazione è proprio la leggerezza.
(dal Cacofonico nr. 65 del 06/09)

ORNELLA VANONI “Più di me” – Sony/Columbia

Non mi sono rimbambito tranquilli. Questa in verità è un’anti-recensione, cioè non è una stroncatura, ma una semplice dissertazione fatta dall’antropologo che è in me. Questo cd è senza senso alcuno, ma è rivolto ad un target di persone che continuano ad acquistarli. Ascoltandolo però si fa largo la strana sensazione che il nostro mondo non sia reale. In quello vero tutte le cantanti si chiamano “La” (La Vanoni, La Zanicchi, La Mina, La Milva etc.) i signori possiedono belle fabbriche e non sono avventurieri da quattro soldi con i capelli phonati, la tv inizia le trasmissioni alle cinque del pomeriggio e termina a mezzanotte, perché per il resto basta la vita vera. Ci sono ancora le classi sociali è vero, ma tutti sembrano più o meno felici della loro condizione e non hanno voglia di uccidersi tra loro per avere qualcosa in più. Nel mondo vero il giorno e la notte si susseguono e non si vive in un continuo pomeriggio isterico e chiassoso. Qui la parola d’ordine è: fascino. Ecco allora che il cd prende senso, perché vi racconta la vita come dovrebbe essere, ma attenzione la nostalgia non c’entra nulla. Suonato benissimo e arrangiato meravigliosamente, l’ascolto ci fa scoprire che i brani vecchi sono migliori di quelli nuovi e che i cantanti di una volta (compreso Dalla, mai così bravo da 20 anni a questa parte) sono più bravi dei giovani; tutti però se la cavano bene, pollice verso solo per l’Eros nazionale, ma lì il caso è veramente disperato. Se vi vergognate di farvi sentire dal vostro vicino punkabbestia, o di vostro fratello rapper, od anche di vostra madre che per stare al passo con i tempi si è appassionata alla niu-niu-niu-ueiv, andate a farvi un giro in auto, alzate il volume, cantate a squarciagola e vi sentirete meglio.
(da Cacofonico nr. 58 del 11/08)

Chi dice donna dice....

…. Summer! Donna Summer??? Già proprio lei che sulla sessantina (ragazzi per alcuni è l’età di vostra nonna…) si presenta con un nuovo disco intitolato “Crayons” (Matite? ‘zzo di titolo è?) affatto spregevole, a differenza ad esempio dell’ultrapompata bufala di Madonna “Hard Candy” che divorzia, ma purtroppo non abdica e minaccia pure di mettersi a fare la regista. Restando al cinema che dire della prova della bella (un po’ secchina per i miei gusti…) Scarlett Johansson? “Anywhere I lay my head” è come lei: charmante ma esile, etereo in eccesso, con una serie di effetti eco che allontanano anziché coinvolgere, nonostante i brani portino la prestigiosa firma di Tom Waits. Certo un ascolto piacevole ma… ma con Joan As Police Woman andiamo molto meglio. “To survive” ci fa capire che non siamo al cospetto di una meteora, ma di un’artista che smessi i più nervosi cenni harvejani dell’esordio è passata ad un tono intimo, anche in seguito a dolorose esperienze personali, come testimoniano le comparsate di Rufus Wainwright e David Sylvian. …e passando da un Wainwright all’altra eccoci a Martha che con “I know you’re married but I’ve got feelings too” ci regala un disco cristallino di folk non bucolico (nonostante la barrettiana “See Emily play”) e moderno, dotato di molto stile e l’ospitalità data a Donald Fagen non è certo casuale. A proposito di stile, non mancate assolutamente il secondo disco di Shara Worden alias My Brightest Diamond “A thousand shark’s teeth” uno splendido disco ricco di gemme preziose, riflessivo e introspettivo, ma affatto lezioso e con una voce stupenda. Se parliamo di voce non possiamo che terminare con lei: Diamanda. “Guilty Guilty Guilty” è l’ultimo lavoro, chi parla di inaridimento della vena creativa è sulla strada sbagliata. Certo non siamo ai livelli dei primi dischi, ormai la sorpresa è superata ma il brivido che si prova ad ascoltarla resta unico.
(dal Cacofonico nr. 54 - 07/08)

CARLA BRUNI “No promises” - Naive

Non credo che il “fenomeno” Carla Bruni sia stato valutato nella giusta dimensione. In un ambiente mediatico e culturale dove il nulla regna sovrano, far passare sotto silenzio una che fa parlare di sé sia sulle pagine di Vogue che su quelle di Rumore, può essere indice di snobismo elevato al cubo, oppure semplicemente invidia. Tutti erano lì per farsi due risate alle spalle della ricca top-model che imbraccia la chitarra, come era già successo con la sua collega Naomi (che detto fra noi ha inciso un disco assai più piacevole delle merdate di Anastacia) ma il risultato aveva stupito tutti (non me ovviamente...) Ora siamo al secondo album e Carlotta riesce già a spiazzare il pubblico passando dal francese all’inglese, in più, astutamente, non essendo una cantante in senso stretto, evita i vocalizzi inutili, per un tono sussurrato e usa come testi poesie di autori importanti, in questo ispirata da M. Faithfull (dico: mica la Tatangelo...). Tutto questo, associato ad una qualità musicale elevata, che unisce ballate folk a guizzi loureediani, da’ la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro dal sapore antico, quando il pop ci prendeva per mano e ci accompagnava in case piene di stanze sconosciute, ma accoglienti, popolate da persone gentili ed indimenticabili. Ha già il suo stile Carlotta, come ai tempi in cui cavalcava le passerelle; ha già il suo marchio di fabbrica e, credetemi, non è poco. Il suo cosmopolitismo non è spocchia, l’equilibrio è l’elemento fondante del suo stile, perché l’armonia oggi è la vera trasgressione. Carla Bruni non si sente superiore, Carla Bruni è superiore.
"da Cacofonico nr. 37 - 02/07"

CECILIA CHAILLY “Alone” – EMI Classics

LAURA PAUSINI “Io canto” - Atlantic
CLAUDIO BAGLIONI “Quelli degli altri tutti qui” – Columbia

Non lo fare! Non lo fare! Non lo... l’ha fatto... Ecco, diranno molti, Tragic è cascato nella pozza di letame della canzonetta nazional-popolare. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: dietro Mina e Liza, la Pausini è la migliore cantante del mondo e non c’è cazzo di uitniiuston che tenga, ma il suo repertorio è da denuncia penale. Oggi, in odore di Natale, quando tutti, dagli U2 all’orchestra Ruspa, hanno il loro greatest hits, sia lei che il divino Claudio escono con un album di cover. Si sa: si fanno queste operazioni quando si è a corto di idee, ma a volte il risultato può essere interessante. Questi due però, come tutti in Italia, rischiano zero e vanno su un repertorio da piano-bar e non si capisce perché star di questo calibro, che avrebbero la top-ten in mano anche se si presentassero con la registrazione live di una gara di rutti, non vadano a pescare brani insoliti o perle rare della nostra musica, anche per donarle alla loro pubblico di bocca buona. In più mentre Baglioni sceglie comunque l’alto profilo con firme quali Bindi e Tenco, Lauretta si va ad impantanare in brani per lo più dozzinali o comunque migliori nella versione originale. Dopo il fetore pseudosanremese si può respirare aria fresca e pulita ascoltando il lavoro della Chailly. Un disco finalmente di non facile ascolto (come se tutto debba essere facile questo mondo, dalla scuola senza bocciature, alla serie A senza la Juve...) ma intenso e prezioso, come può dare solo un’artista prodigio che ha fatto tutta da sola (lieve comparsata di Ludovico Einaudi) e che viene da un percorso artistico che non ha eguali visto che ha lavorato con John Cage, fino a De Andrè passando per Bocelli (vabbé nessuno è perfetto...). Se volete un po’ di caviale e ostriche per le feste e non il solito piatto di lenticchie, sapete cosa fare....
"da Cacofonico nr. 35 - 12/06"

GORNI KRAMER “The smile of swing” – Via Asiago 10/Twilight

Ci sono stati giorni gloriosi per la musica italiana, giorni coraggiosi in cui qualcuno cercava di opporsi al cancromelodismo imperante che ci ha portato fino al Minghi dei nostri tempi. Kramer, che è sconosciuto ai più, tentò di svecchiare il sound ancorato al melodramma, ma fu irriso, ecco che ascoltarlo oggi gli rende oltretutto giustizia. In Italia siamo capaci di riuscire scavare una volta toccato il fondo, così se si pensava che gli Stadio fossero i peggiori della giostra, ecco che sono arrivati i Subsonica e poi giù fino a Tiziano Ferro, il punto più basso raggiunto (fino ad ora) dalla musica nostrana. Il vecchio Gorni aveva stile, anche fisicamente e le sue composizioni erano assai piacevoli, è bello scoprirle proprio in un periodo in cui nel settore swing furoreggia un cantante da villaggio turistico come Michael Bublè. Si sa che il “facile ascolto” non è affatto facile da realizzare ed oggi come oggi solo Raf in Italia riesce a creare dei piccoli classici, ma tanti anni fa esisteva una fucina di talenti (ricordiamo l’immenso Quartetto Cetra) che innovava la tradizione senza tradirla. Ricordarlo fa bene alla mente oltre che alle orecchie.
"da Cacofonico nr. 33 - 10/06"

BJORK "Selma Songs" - Polydor/Universa

PJ HARVEY “Stories from the city, stories from the sea” - Island
MINA “Dalla terra” - PDU
MADONNA “Music” – Maverick/WB

Quattro Superdonne/Superstars Quattro, alle prese con quattro lavori, assolutamente diversi per stili ed intenzioni, ma praticamente identici nel risultato: una certa, strana, sensazione deludente. Sicuramente stelle nel proprio firmamento, questi dischi sembrano realizzati per cercare un’affermazione al di là dei propri confini. Le quattro grasse vacche cercano di brucare erba diversa dai pascoli abituali e fan bene, ma da che cosa sono spinte? Polly, la più cara a noi tutti, da tempo cerca più che una consacrazione definitiva, una strada lastricata di belle canzoni che però la tolga dalla scomoda situazione di eterna reginetta dell’alternative. Ci ha provato in varie maniere, ma il ruvido smalto degli esordi si è un po’ appannato e questo disco che si può definire di anti-drum’n’bass, visto che la base ritmica è inesistente o sepolta, non aggiunge molto al suo palmares. Trottolino Islandese invece gioca una carta importante, unendo le indubbie doti canori a quelle d’attrice. Nulla da dire: “Dancer in the dark” è un signor film, compreso quel tanto di astuzia commerciale che aiuta anche le opere più off, ma comunque ruffiane. Si è parlato eccessivamente dell’interpretazione di Bjork, che confusa in mezzo alle pieghe melodrammatiche del film è stata definita anche strabiliante, ma se la si confronta con la Emily Watson de “Le onde del destino” la distanza diventa siderale. Bene farebbe Bjork a non desistere dall’idea di interrompere qui la sua carriera d’attrice, lascerebbe un buon ricordo. Le canzoni però sono belle, anche se con qualche vizio orchestrale di fondo e lei è indubbiamente brava. A proposito di bravura torniamo a quella che Liza Minelli ( oh, mica quella laringomaniacafaringoassatanata di Giorgia o Elisa, la regina della forfora!) ha definito la più grande di tutte: Mina Mazzini. Bella e coraggiosa l’idea, ma alla fine il risultato è da sagra della ciambella, forse perché la Tigre di Cremona che ora vive a Brescia, come sue abitudine tratta tutti i repertori con leggerezza ed umorismo (una dote nel maggiore dei casi) ma che qui richiedeva un’introspezione più profonda. …e poi sarebbe ora di togliersi dalle palle tutti quei collaboratori che la seguono da un secolo! Dulcis (per modo di dire) in fundo, la signora Ciccone, che poco più in là dei quaranta, cerca una nuova immagine (l’ennesima!), ma soprattutto un nuovo pubblico. Diciamo subito che i dischi sa farli, o meglio è brava a scegliersi musicisti ed arrangiatori così come è brava a far parlare di sé, ma manca sempre qualcosa che la faccia entrare nell’olimpo delle grandi e pensare che le doti non le mancano e si impegna, vedi la versione unplugged del Letterman Show. Comunque dopo aver sposato il Muccino inglese ed aver fatto un figlio con lo stesso nome di Siffredi (o era in onore di Bottiglione, o forse del paron del Milan, sempre politica è…) aspettiamo qualcosa di più succulento. Il futuro è donna? Per ora ancora no.
"da Jammai nr. 38 - 01-02-03/01"

STEREO MC'S "DJ Kicks" - Studio K7/Audioglobe

La grande truffa del dancefloor… o meglio i calci bisognerebbe darli a loro questi sfaticati degli Stereo Mc’s che lavorano meno dei funzionari delle poste italiane ed ora sfornano un cd con il loro bel nome sulla copertina, mentre a loro firma c’è solo un brano ripreso tre volte. Antologia dunque e, seppur piacevole, almeno disonesta o meglio malandrina, come direbbe qualcuno. Se avete soldi da buttare fatelo, ma con le vacanze alle porte e la nuova finanziaria al ritorno dalle ferie non ve lo consiglio.
"da Jammai nr. 35 - 05/00"

FATBOY SLIM "You've come a long way, baby" - Skint/Epic

Una volta si diceva: “Ad ognuno il suo lavoro, gli ignoranti alla carriola”. Sparito purtroppo l’arcaico veicolo che accompagnava la vita dei muratori e dei forzati nei film degli anni 30, si sarebbe potuta sostituire la carriola con la voce giradischi. Così oggi ci troviamo tante braccia degne di un bel lavoro sudato che restano inerti, oppure smanettano dietro ai dischi più improbabili. Gente che poi va in giro a cianciare sul suono del futuro. Il mondo è bello per questo: un giorno sei emigrato in Germania, poi finisci a fare il giudice e va a finire che diventi pure senatore…. Fatboy Slim, incerto già nel nome, non ci da’ sicurezze, ma soprattutto non è neanche sfrontato, va in giro a raccontare (come se fosse un vanto…) che faceva parte degli Housemartins, ma forse non è vero. Del resto se questa è musica, allora è vero tutto.
"da Jammai nr. 29 - 05/99

KARATE "The bed is in the ocean" - Southern/Wide

La musica di un gruppo chiamato Karate, poteva essere una specie di io-ti-spiezzo-in-due, degno di grinders e metal kids vari ed invece ci troviamo di fronte a operine minimali che di questi tempi sono molto di moda (anche se è una moda un po’ stantìa…). Non sono assolutamente necessari i Karate, ma possono farvi trascorrere un pomeriggio allegro e di questi tempi, con Clinton che, costretto dagli scandali a tenere a bada il “pippo” e a secco anche con la giustamente incazzata Hillary che non gliela vuole più dare, deve sfogare i suoi istinti, confondendo il bombare con il bombardare, credetemi non è cosa da poco.
"da Jammai nr. 28 - 03/99"

BECK "Mutations" - Geffen

Sorpresa: un disco di Beck bello! Un disco di Beck che si riesce ad ascoltare dall’inizio alla fine! Grande gaudio, perché finalmente non mi sento più un deficiente, visto che tutti lo dipingevano come un genio ed a me faceva semplicemente esplodere i testicoli dopo un quarto d’ora! Queste “mutazioni” miglior titolo non lo potevano avere, perché ci troviamo di fronte ad autentici freaks musicali, dove tutta la cultura musicale americana viene presa, ribaltata, sezionata e mischiata, senza però le gigionerie noiose di altri album. Il buon Hansen infatti pensava di farne un’uscita indipendente, ma la Geffen gli ha dato l’alt, dimostrando quanto a volte le majors, spesso prese per il culo, abbiano migliori intuizioni degli artisti. Divertitevi: fra country, cha cha cha e gospel viene fuori un disco glam che, guarda caso, è il trend prossimo venturo….
"da Jammai nr. 27 - 01/99"

MINA & CELENTANO "Mina & Celentano" - RTI /// PATTY PRAVO "Notti guai e libertà"

MINA & CELENTANO “Mina & Celentano” - RTI
PATTY PRAVO “Notti guai e libertà”
Visto che Craxi ultimamente è stato riabilitato come grande statista e che Trapattoni allena nientemeno che i viola, anche noi in barba alla coerenza, vogliamo comportarci senza ritegno e senza vergogna. Su una fanzine underground musica così overground, che c’è di male ? Innanzitutto colpiamo veramente il Capitalismo, perché le copie da noi acquistate sono pirata (impazziti sì, ma mica scemi, con i compact oltre le quarantamila...), ma non vedo lo scandalo visto che sono reperibili sotto la luce del sole di qualsiasi bancarella, in qualsiasi mercato ; poi, viste le numerose delusioni che la musica “alternativa” (date le performances, la parola ha preso il significato di musica che va a corrente alternata...) ci siamo rivolti alle persone più improbabili per ascoltare qualcosa di realmente differente. Non potevamo essere più precisi : da una parte una tardona che vive seppellita da vent’anni in Svizzera e che ultimamente scrive scemenze su un giornale di destra, accompagnata da un mezzo predicatore fascistoide che specula ancora su un mito legato a quattro hit degli anni 60/70 ; dall’altra un autentico fantasma di un’icona della canzonetta italiana, ormai ridotta come un baccalà, anche per le passate esperienze che l’hanno vista perfino nuda su giornali porno, senza che però partecipasse “attivamente”. Eppure questi rottami del suono del Belpaese sono in grado di darci due dischi sorprendenti, pieni di idee e, se vogliamo, di coraggio. In più c’è quella cosa che alle consolidonàgiorgiemiette di questi anni manca completamente : la classe. Il Molleggiato e compagna, partono con una canzone scritta dai peggiori imitatori del peggior Battisti (R.I.P.), ma la trasformano subito in un’altra cosa e creano l’unico valido tormentone dell’estate. Man mano che le canzoni si susseguono un dolce vento caldo inizia a scaldare il cuore ed uno si dimentica tutto, come dovrebbe accadere per ogni disco pop che si rispetti. Più glacialità per l’ex ragazza del Piper, come suo costume, al punto che senza sentirla cantare uno penserebbe di essere tornato alla new-wave degli anni 80 (qui si e non sul disco degli S. Pumpkins) poi uno si va a leggere la track-list e trova un brano che s’intitola “Silvyan”. Vorrà dire qualcosa ? Due dischi notevoli snobbati dalla critica (che però non disdegna articoli ed elogi a quelle merde dei Soerba...) e premiati dal pubblico : comprate ancora i giornali specializzati ? A proposito : il disco di Mina con i brani dei cosiddetti grandi autori del rock italiano contemporaneo ha fatto molto parlare i giornali, ma non ha venduto una copia.... Non che le classifiche abbiamo tutto questo valore, ma è un piccolo indizio sul fatto che questi grandi autori sono un bluff, cosa che diciamo da molto tempo.
"da Jammai nr. 25 - 09/98"

SPEARHEAD "Chocolate supa highway" - Capitol

Non so se questa mia constatazione farà piacere a Franti (e non mi riferisco né al libro “Cuore”, né al gruppo, pallosi entrambi, ma a Michael) : questo disco è il migliore, in circolazione in questi tristi giorni, da mettere su quando si scopa. Non sarà una grande speculazione critica, ma è un complimento sincero. Forse un po’ troppo ruffiano, visto che in un reggae qualsiasi, intitolato “Rebel music”, c’è anche il figlio di Marley (e si sa, i figli ‘so piezz’e’core), ma se volete black music di qualità, questa è l’unica alternativa all’acid-jazz, che ormai è anche nel repertorio della Carrà. Voce superba, arrangiamenti notevoli, qualche scivolata di dubbio gusto, ma soddisfazioni garantite prima, dopo e durante l’orgasmo.
"da Jammai nr. 17 - 05/97"

CHEB KHALED "Sahra" - Barclay

Altro che London’s Burning... è Algeri ora a bruciare veramente. Fiamme di odio, odore di guerra e non solo civile ; sapore di povertà, storie di gente che non ha nulla da perdere, se non sé stessa e perde sé stessa dietro ciechi disegni omicidi. Dio, Allah, Buddha, Visnù e chiunque altro operi nell’Alto Dei Cieli, benedica artisti come Khaled, che, giorno dopo giorno, non fanno altro che commettere il terribile crimine di trasmettere la gioia di vivere. Questo suo lavoro è molto simile a tutti i suoi precedenti, mischiando tradizione maghrebina, canzone francese e suoni caraibici, ma non stanca mai. Forse perché l’energia che il buon Khaled mette nei suoi dischi è forte e sincera ed arriva dritta al nostro cuore. Alcuni potranno considerarlo solo un albumetto commerciale ; saranno gli stessi che parlano di tradimento dell’autentica musica etnica, degni compari di coloro che vaneggiano di vendere l’anima al diavolo. Mentre ascoltavo “Sahra” decine di persone in Algeria venivano sgozzate ed in Francia veniva votata la legge più razzista dai tempi del caro Adolf ; inutile dire che nel nostro parlamento è seduta gente che vorrebbe aprire campi di concentramento per omosessuali. E’ questo mondo, non un altro ed artisti come Khaled, anche se non cambiano il mondo, possono almeno farci sentire meglio.
"da Jammai nr. 16 - 03/97"

NO DOUBT "Tragic kingdom" - Trauma/MCA

Se avete dei soldi da parte investiteli nella Trauma, la casa discografica che da artisti di infimo valore è capace di tirare fuori dei "sellers" milionari. C'erano riusciti con i Bush, presi a calci in precedenza praticamente da tutti ed oggi colpiscono ancora con questi No Doubt. I Blondi anni novanta? Non scherziamo, al massimo i Missing Person... La bionda Gwen Stefani non induce in tentazione perché sembra una marchettara di seconda categoria e la musica ci fa sognare a bocca aperta le Bananarama; anche la presunta rinascita ska, enfaticamente annunciata da certi giornali, è una presa per il culo. Robaccia per chi va a vedere film come "Evita" e legge i libri di Wilbur Smith.
"da Jammai nr. 15 - 01/97"

JAMIROQUAI "Travelling without moving" - Sony

Viaggiare senza muoversi? Ne parlava già l'Ariosto ("Questo mi basta; il resto della Terra, senza mai pagar l'oste, andrò cercando con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in guerra") ed anche Salgari dal nordest ultraleghista descriveva esotici mondi per quel "terun" di Sandokan, ma i viaggi il nostro amico con le corna, si sa, sono di ben altra natura. Involontariamente Jamiroquai è riuscito in un'impresa un tempo ritenuta impossibile: ha mischiato la disco più fighetta con il rock degli hippies. Il risultato è che gli yuppies sono passati dalla cocaina all'erba ed ora, purtroppo, non schiattano più. Musicalmente gli esiti sono anche più scadenti: motivi per sottofondi notturni in radio di terza categoria (quindi, più o meno tutte...) ma tenete presente che nel 2030 ci sarà gente che griderà al miracolo e pagherà questi dischi una fortuna, ditelo ai vostri nipoti... Tra un suol "de Trastevere" e l'altro il nostro c'infila un reggae in cui lui crederà d'essere Marley (sempre la storia dei viaggi...) ma in verità sembra un Eddy Grant qualsiasi.
"da Jammai nr. 14 - 11/96"

GALLIANO "4" - Talking Loud/Polygram

Non ve la prendete con Galiiano se l'acid-jazz è diventata la musica prediletta dei fighetti di merda. Del resto i cazzoni griffati non si sono neanche resi conto che qui di acid c'è poco e di jazz nulla. La musica di Galliano è un particolare caleidoscopio di suoni, perlopiù britannici, che quando si va a macchiare di nero può ricordare al massimo i Working Week. Non male, anche se noi preferiamo cose un po' più "forti", ma ogni tanto un semplice abbraccio può dare più gioia della pratica del fist-fucking.
"da Jammai nr. 14 - 11/96"

NENEH CHERRY "Man" - Virgin

La bella Neneh intitola un disco "uomo". Perché? Si sono chiesti in molti. Ce ne fregasse qualcosa, diciamo noi. L'avesse intitolato "Merda" o "Baricco" (che strano parallelo...) sarebbe stata la stessa cosa. Neneh si ama per quello che è, non solo per il cognome che porta. Ora che il patrigno Don ci ha lasciati, forse la figlioccia ha voglia di affermare tutta la sua capacità di andare avanti da sola. C'è una forza sotterranea in questo disco, fra le pieghe anche di brani leggerissimi o ripetitivi, una potenza degna di Tyson (il pugile, non sua figlia...) ed una grazia degna di Naomi Campbell, a cui noi continuiamo a preferire la madre. Già... figli e genitori... buon sangue non mente.
"da Jammai nr. 14 - 11/96"

CARDIGANS "First band on the moon" - Stockholm/Polydor

Aveva ragione un mio amico che abita in un'altra galassia, dicendo che noi terrestri siamo proprio strani. Quando Colombo andò in America era arciconvinto di trovarsi in India ed ora spediamo i Cardigans sulla luna per rappresentare la nostra musica pop, senza chiedere niente a Michael Jackson che si voleva comprare lo Shuttle per girarci in giardino. Forse, ora che ci penso, allo showman da camera iperbarica l'hanno domandato, ma lui ha declinato l'invito essendo al corrente che sulla luna non ci sono adolescenti (ve lo ricordate Baudelaire: "fresche carni di bimbo..." o era Verlaine? Ah, maledetti 'sti maledetti!). Il guaio è un altro: i Cardigans dalla luna sono tornati e ci hanno fatto ascoltare il loro nuovo album, dove si spaccia la pochezza per amenità. Ecco allora che se l'anno passato, ascoltando il loro primo disco, un sorrisetto di compiacimento mi compariva sulle labbra, questa volta la sorpresa è completamente svanita. Il modello di riferimento sono le Go-Go's della mia adorata Belinda, ma quello è un altro pianeta, altro che la luna!
"da Jammai nr. 14 - 11/96"