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Altri suoni per l'estate

Tra suoni quasi nuovi che stentano a sorprendere, ma almeno ti fanno passare una mezz’ora al riparo dalle ansie della crisi che c’è o forse non c’è (Grizzly Bear, Akron Family, Warlocks, Kasabian, Crocodiles etc.), ogni tanto appare qualche lampo di creatività pura che parte sì da lontano, da territori cioè scarsamente esplorati, ma in grado di arrivare a cuore, cervello e, perché no, alla pancia. E’ il caso dei Tinariwen , già lodati in passato, il cui nuovo “Imidiwan: companions”, dove il blues, o meglio, l’idea del blues torna a casa e viaggiando attraverso il Sahara ridiventa sofferenza, passione, tingendosi di colori inediti e spargendo fragranze rinfrancanti. Da lontano, molto lontano, arriva Don Cherry, un gigante scomparso, il cui già ampio ambiente del jazz è sempre andato stretto. E’ disponibile ora su cd una collaborazione con il tablista Latif Khan “Music/Sangam” e lasciate perdere i preconcetti sui fricchettoni, perché saranno anche classici raga, ma una volta entrati dentro, non ne uscirete più. Per concludere, in un’estate che porta per vari motivi poca voglia di muoversi, ecco un lavoro che vi permetterà di viaggiare lasciando l’auto in garage: “Floodplain” del Kronos Quartet. Siamo al cospetto di altri Moloch della creatività che anziché sedersi sull’oro della loro fama, continuano a sperimentare ed a ricercare negli angoli più estremi del pianeta. Se soffocate non solo per il caldo, ma anche per l’aria stantia che esce dal vostro stereo, questa piccola dose di coraggio vi rinfrescherà.
(dal Cacofonico nr. 67 del 08/09)

JOHANN JOHANNSSON “Fordlândia” - 4AD

C’è una gran voglia di neoclassicismo in giro. Sarà per questo bizzarro periodo in cui la plastica ed il fast-food intellettuale imperano, ma pare che il “lungo respiro”, il movimento elegante, a volte sontuoso, facciano battere i cuori molto più del tunza-tunza delle radiucole che fanno da sottofondo alle nostre vite. Questo signore dal nome nordico è chiaramente un nordico, non nel senso che vorrebbe dare Bossi a questa parola, ma certo di latino qui non c’è proprio nulla. Si sprecano anzi gli aggettivi come algido e glaciale, ma solo per pigrizia, un po’ come accade per il “suono del deserto” con certo rock o la definizione “sanguigno” appiccicato sempre a soul e blues. Non manca certo il calore in questo lavoro, dove nel solco di certe fascinose colonne sonore di film immaginari, si inseriscono inserti elettronici affatto disturbanti. E’ musica europea questa; una musica cioè che partendo dalla lontana tradizione dei maestri, viene reinventata ai nostri tempi e fatta marciare al nostro passo. E’ probabile che questi temi li abbiate sentiti in altre composizioni, ma una volta iniziato l’ascolto sarà veramente difficile liberarsene, soprattutto in giornate in cui il paesaggio intorno a voi, tanto per tornare ai luoghi comuni, si farà invernale. Da abbinare all’ascolto dell’album della Gerrard con Klaus Schultze, ma ci potremmo aggiungere i Mammiffer.
(da Cacofonico nr. 59 del 12/08)

Alla ricerca del silenzio perduto – Il treno di John Cage – Baskerville Edizioni

Questo non è un semplice libro+cd+dvd, ma è il racconto di un’esperienza unica, anzi è la narrazione di un mondo. Nel 1978 (e il vostro c’era…) John Cage sulle tratte Bologna – Porretta e Bologna – Ravenna, ospita a bordo di un treno macchinari per riproduzione di suoni e tanta gente che improvvisa performances di ogni genere. Questo è lo scopo di Cage un genio che forse non capta i suoni di quel secolo (a ciò probabilmente è più adatto Stockhausen) ma cerca di dare all’umanità una via di fuga. E’ pazzesco assistere alle scene di giubilio per un qualcosa che nessuno stava comprendendo in fondo o l’incrocio fra tante esperienze, non ultimo quello fra uno dei padri della musica contemporanea ed i Canterini Romagnoli. Cage però era questo, era il suo sorriso che contagiava, era uno straordinario alchimista che non si chiude nella torre, ma va a cercare gli altri, TUTTI gli altri. In quegli anni a Milano venne contestato perché “amerikano”, casomai da quelli che trent’anni dopo si trovano in piazza per inneggiare alla guerra degli Usa contro le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam (bello il romanzone della vostra Fallaci vero?). Nel “treno” è chiaro che c’è dell’utopia, quella scolorita dalla malinconia degli anni trascorsi, ma c’è anche un’idea forte per un sogno che ti potesse far uscire dalla violenza che dominava il periodo (eravamo a due mesi dall’assassinio di Moro…). Non è andata così e si è piombati in una lunga epoca di “usa & getta”, ma quello che è stato fatto resta. Cage il silenzio perduto l’ha ritrovato da qualche anno e noi chissà quanto resteremo qua in mezzo all’isteria.
dal Cacofonico nr. 56 - 09/08

Chi dice donna dice....

…. Summer! Donna Summer??? Già proprio lei che sulla sessantina (ragazzi per alcuni è l’età di vostra nonna…) si presenta con un nuovo disco intitolato “Crayons” (Matite? ‘zzo di titolo è?) affatto spregevole, a differenza ad esempio dell’ultrapompata bufala di Madonna “Hard Candy” che divorzia, ma purtroppo non abdica e minaccia pure di mettersi a fare la regista. Restando al cinema che dire della prova della bella (un po’ secchina per i miei gusti…) Scarlett Johansson? “Anywhere I lay my head” è come lei: charmante ma esile, etereo in eccesso, con una serie di effetti eco che allontanano anziché coinvolgere, nonostante i brani portino la prestigiosa firma di Tom Waits. Certo un ascolto piacevole ma… ma con Joan As Police Woman andiamo molto meglio. “To survive” ci fa capire che non siamo al cospetto di una meteora, ma di un’artista che smessi i più nervosi cenni harvejani dell’esordio è passata ad un tono intimo, anche in seguito a dolorose esperienze personali, come testimoniano le comparsate di Rufus Wainwright e David Sylvian. …e passando da un Wainwright all’altra eccoci a Martha che con “I know you’re married but I’ve got feelings too” ci regala un disco cristallino di folk non bucolico (nonostante la barrettiana “See Emily play”) e moderno, dotato di molto stile e l’ospitalità data a Donald Fagen non è certo casuale. A proposito di stile, non mancate assolutamente il secondo disco di Shara Worden alias My Brightest Diamond “A thousand shark’s teeth” uno splendido disco ricco di gemme preziose, riflessivo e introspettivo, ma affatto lezioso e con una voce stupenda. Se parliamo di voce non possiamo che terminare con lei: Diamanda. “Guilty Guilty Guilty” è l’ultimo lavoro, chi parla di inaridimento della vena creativa è sulla strada sbagliata. Certo non siamo ai livelli dei primi dischi, ormai la sorpresa è superata ma il brivido che si prova ad ascoltarla resta unico.
(dal Cacofonico nr. 54 - 07/08)

TINARIWEN – Aman Iman: Water is life – Ponderosa/Independiente

Per questa volta ci accodiamo ai giornali “importanti” e parliamo di questo ensemble non più giovanissimo, ma importante nello scacchiere sonoro del nostro pianeta. Non sono mai stato molto sensibile alla causa della word-music, né mai ho ceduto al ricatto morale che, discendendo noi da colonizzatori, dobbiamo attenzione a musiche e tradizioni del terzo mondo. Prestando però attenzione alle novità ed a tutti gli incroci in cui i generi musicali si trovano ad attraversare, non potevo ignorare i Tinariwen. Qui di musica etnica per fortuna ce n’é poca, cioè c’è poco di quel genere intellettual-turistico che manda in brodo di giuggiole le professoresse di lettere progressiste e divorziate. Questo disco è il risultato di un’esperienza lunghissima ed il pur grande Khaled è lontano, perché il primo nome che viene in mente ascoltandolo è quello dei Velvet Underground, probabilmente la band più metropolitana della storia. Il suono scarno ed ipnotico affascina immediatamente e ci si trova velocemente all’interno di una psichedelia pulita, fatta di gente,storie e volti e non di sballi intellettuali e disarmonici. Oltretutto qui ci troviamo di fronte ad un suono che parte da una sensazione antica, qualcosa di puro proveniente da un mondo dove tutto deve ancora succedere. L'acqua è vita: semplice e fondamentale.
"da Cacofonico nr. 39 -04/07"

CECILIA CHAILLY “Alone” – EMI Classics

LAURA PAUSINI “Io canto” - Atlantic
CLAUDIO BAGLIONI “Quelli degli altri tutti qui” – Columbia

Non lo fare! Non lo fare! Non lo... l’ha fatto... Ecco, diranno molti, Tragic è cascato nella pozza di letame della canzonetta nazional-popolare. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: dietro Mina e Liza, la Pausini è la migliore cantante del mondo e non c’è cazzo di uitniiuston che tenga, ma il suo repertorio è da denuncia penale. Oggi, in odore di Natale, quando tutti, dagli U2 all’orchestra Ruspa, hanno il loro greatest hits, sia lei che il divino Claudio escono con un album di cover. Si sa: si fanno queste operazioni quando si è a corto di idee, ma a volte il risultato può essere interessante. Questi due però, come tutti in Italia, rischiano zero e vanno su un repertorio da piano-bar e non si capisce perché star di questo calibro, che avrebbero la top-ten in mano anche se si presentassero con la registrazione live di una gara di rutti, non vadano a pescare brani insoliti o perle rare della nostra musica, anche per donarle alla loro pubblico di bocca buona. In più mentre Baglioni sceglie comunque l’alto profilo con firme quali Bindi e Tenco, Lauretta si va ad impantanare in brani per lo più dozzinali o comunque migliori nella versione originale. Dopo il fetore pseudosanremese si può respirare aria fresca e pulita ascoltando il lavoro della Chailly. Un disco finalmente di non facile ascolto (come se tutto debba essere facile questo mondo, dalla scuola senza bocciature, alla serie A senza la Juve...) ma intenso e prezioso, come può dare solo un’artista prodigio che ha fatto tutta da sola (lieve comparsata di Ludovico Einaudi) e che viene da un percorso artistico che non ha eguali visto che ha lavorato con John Cage, fino a De Andrè passando per Bocelli (vabbé nessuno è perfetto...). Se volete un po’ di caviale e ostriche per le feste e non il solito piatto di lenticchie, sapete cosa fare....
"da Cacofonico nr. 35 - 12/06"

LISA GERRARD & PIETER BOURKE "Duality" - 4AD

Parafrasando un vecchio film : non bastano due per fare una coppia... almeno una coppia come i Dead Can Dance. Così se prendi questo tal Bourke e lo sostituisci a Perry (non quello di Beverly Hills) la magia evidentemente sparisce. La simpatica Lisa però giustamente ci fa sapere che non dobbiamo fare paragoni, ma noi siamo comunque degli stronzi e li facciamo. Quindi se adorate questa voce (come noi) comperate questo cd, se pensate alle vette di “Into the labyrinth” lasciate perdere.
"da Jammai nr. 25 - 09/98"

EINSTURZENDE NEUBAUTEN "Ende neu" - Our choice/Mute

Blixa e soci non fanno più paura e loro lo sanno. Ormai però quasi più nulla fa paura, dalle svastiche che i ragazzi allegramente disegnano sui loro zainetti, alle tasse con cui il governo ci succhierà la tredicesima (...avercela la tredicesima... avercelo un lavoro...). Il mondo è cambiato e gli Edifici Nuovi Non Crollano Più, anche perché tutti i cantieri sono chiusi per tangenti. Grandi artisti gli EN: quando fanno un disco in cui credono poco, lo fanno assomigliare ad un lavoro di altri, così la colpa non ricade su di loro. Ecco allora che ascoltando "Ende Neu" pare di trovarsi di fronte ad una delle ultime opere degli Swans (R.I.P., ma ne riparleremo...) che non è esattamente un difetto, ma certamente una sorpresa. Disco valido ma di transizione e, come si dice sempre in queste occasioni, se iniziate ora ad ascoltare gli EN (ma dove eravate fino ad oggi?) non partite da qui.
"da Jammai nr. 14 - 11/96"

DEAD CAN DANCE "Spiritchaser" - 4AD

Diciamolo subito: non è un capolavoro. Cioè, lo è, ma non del calibro di “Into the Labirynth”. Il mondo dei Dead Can Dance poi o lo prendi per quello che è, come il cinema di Jarman, come la pittura di Bosch, come il gioco dei calciatori slavi, oppure lo rifiuti in blocco. A me piace molto, non ho mai considerato Perry e la Gerrard due sfigatoni dark, come alcuni vogliono farli passare, nè due tristissimi artisti di pop intellettuale, bensì due voci (e che voci...) di un mondo poetico arcaico, non vetusto, che tutt’oggi aleggia per il pianeta. Il loro linguaggio è l’immortalità malinconica della bellezza e con i funerali, nonostante il nome, non c’entrano nulla.
"da Jammai nr. 13 - 09/96"

LISA GERRARD "The mirror pool" - 4AD

...e che la tristezza sia con voi! Così si potrebbe commentare il primo disco solista dell'altra metà del cielo, plumbeo, dei Dead Can Dance. Poi però ci si lascia prendere da questo disco uscito in estate, ma anticipatore dell'autunno. Infatti la sensazione malinconica di questo lavoro è pari a quella suscitata dalla stazione ferroviaria di Tortona in una serata di novembre. Una malinconia inarrestabile, ma necessaria, per nutrire l'anima almeno per gente come me e Pennello, inguaribilmente romantica. Dite che rompiamo le palle? In parte è vero, ma l'ottimismo a tutti i costi dove porta? A Forza Italia forse...
"da Jammai nr. 8 - 11/95

PAINKILLER "Execution ground" - Subharmonic

Bill Laswell ha fatto una scommessa: "Farò un disco per ogni cazzata che dice Emilio Fede" e l'ha sostenuto davanti a dei testimoni; ora poveretto, eccolo qua, obbligato a far dischi a rotta di collo, fortunatamente dello stesso livello delle frescacce del buon Emilio: immenso. Qui lo aiuta un altro che vive ventisei ore al giorno: tal John Zorn da Niuiorc o da Tochio o da Misericordia di Prato; perchè lui, si sa, è in ogni luogo ed in ogni genere musicale. Due cds per ottanta minuti ripartiti in cinque canzoni dai titoli spesso impronunciabili. Una musica da demone sotto la pelle che va dal free-jazz all'ambient. Un tour de force di suggestioni, ma non preoccupatevi, quando avrete finito di ascoltare i nostri eroi, loro saranno già da un'altra parte, forse in un altro pianeta. Incontenibili e spudorati, proprio come Emilio...
"da Jammai nr. 5 - 05/95"

DIAMANDA GALAS with JOHN PAUL JONES "The sporting life" - Mute

La coppia più assurda dell'anno!!! Ad un certo punto la perfida Diamanda decide di fare un disco rock, ma a modo suo e chiama un tizio che la storia del rock l'ha fatta, anche se in silenzio; ne viene fuori un ibrido di sconcertante e vibrante bellezza. Qui dentro c'è tutto e il contrario di tutto: Maria Callas con i Pearl Jam ed il fantasma di Morrison con la voce di Stratos (connazionale della Galas e pure della Callas, ma che ci fanno alle ugole in Grecia?). Alla fine si è sconvolti più che ad un concerto grind, ma con molte più cose "dentro". Diamanda ha fatto vedere al suo odiato nemico Axl Rose che è capace di invadere il suo campo e batterlo; sarà capace il capellone californiano di smettere di fare il deficiente?
"da Jammai nr. 2 - 11/94"