Visualizzazione post con etichetta Metal. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Metal. Mostra tutti i post

La leggerezza del tocco

Sarà per la stagione che passa dall’inverno all’estate e ritorno nel raggio di ventiquattr’ore, ma la mia attenzione di questo mese si rivolge ad opere che fra loro hanno poco in comune e le alterno nel mio lettore ottenendo effetti devastanti sulla mia psiche già fortemente debilitata dal mondo circostante. Che cosa è soffice o duro per le nostre orecchie e perché a fronte della musica detta leggera non si è mai parlato di musica “pesante”, ma “impegnata”? Partiamo da una delle mie grandi passioni di sempre pur non essendo io un “culattone” come direbbe qualche illuminata camicia verde: i Pet Shop Boys. Più che “leggeri” io li ho sempre sentiti “leggiadri”, in grado cioè di dare un tocco di buon umore alla giornata, anche dopo aver ascoltato un discorso del premier, i belati dell’opposizione e le relative smentite e questo disco, “Yes”, è ciò che serve di questi tempi. A fronte della synth(ma non troppo)-band , metto quello che considero una delle migliori metal-band del mondo: i Brutal Truth. Il loro “Evolution through revolution” già dal titolo la dice lunga e penetrare all’interno di questo blocco incandescente di violenza pura è impresa ardua, un genere che chiamerei “brunetta-metal” tanto è insopportabile, anche se a differenza delle altezzose dichiarazioni del ministro (“Ministro? Con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!” grande principe De Curtis…) queste canzoni (oddio canzoni…) lasciano una spaventosa energia dentro l’ascoltatore. Giù di lì vanno anche i Ministry che ci salutano affatto mestamente con la registrazione di un concerto micidiale e lo intitolano “Adios! Puta madres (Live)”. Pensate un po’: se i Nomadi decidessero finalmente di togliersi dalle palle e chiamassero il loro ultimo album: “Porca Mad… Live!”, ma siamo nel campo della fantasia… Stesso terreno dove si sono ritrovati due reduci degli anni tra i settanta e gli ottanta; parliamo di John Foxx e Robin Guthrie che in “Mirrorball” infondono elettronica leggera, chitarrismo e vocalità eterea in un’opera che non è un capolavoro, ma si fa preferire di certo a certe porcate elettroniche che van per la maggiore sulle riviste specializzate, ma non su questa, dato che la nostra unica specializzazione è proprio la leggerezza.
(dal Cacofonico nr. 65 del 06/09)

GUNS’N’ROSES “Chinese democracy” – Geffen Records

Non avrei mai creduto di trovarmi a parlare dei Guns’n’Roses alla soglia dell’età pensionabile. Primo: difficilissimo che loro ci arrivassero. Secondo: non era detto che ci arrivassi io. In più a me sti capelloni, ancor più imbottiti di stereotipi che di droga, mi sono sempre stati sul cazzo. Detto quindi dell’assoluta inutilità di questo disco, vorrei però fare alcune considerazioni. Solo fino a dieci anni fa un’uscita di questo genere avrebbe fatto saltare il banco, oggi fa anche un po’ tenerezza e quindi mi sento in dovere di prenderla in considerazione. Si pensava che i Guns spogliati di tutto il “rumore” mediatico si sarebbero squagliati come il programma del PD ed invece il disco c’è, è lì, suona e non sfigura. Come, osserverà qualcuno, hai sputtazzato su tutti quelli che fanno della musica un’unica immensa operazione revival ed ora difendi sti zozzoni? E’ vero: non è certo un album da isola deserta, a parte il fatto che se ti trovi su un’isola deserta hai ben altri problemi che ascoltare musica, ma i Guns, anzi diciamo pure il solo Axl e nel discorso ci potremmo infilare i Metallica, spernacchiati dai più, ma affatto male nell’ultimo album, sono in possesso di una cosa rara: l’onestà verso i loro mezzi, una cosa che gli permette di essere ascoltati con animo sereno e senza alcun preconcetto. La musica è un guazzabuglio di Aor mischiato ad industrial solo in grado di evocare il fantasma di quello che una volta veniva definito street-rock, ma dateci un ascolto, male non vi farà. Se poi preferite i Mogwai è affar vostro (e del vostro psicologo di fiducia…)
(dal Cacofonico nr. 60 del 01/09)

SYSTEM OF A DOWN “Mezmerize” - American/Columbia

Proletari di tutto il mondo unitevi!! La notizia è questa: il principe Alberto di Monaco, da sempre avvistato al fianco delle più grandi supertope del pianeta, ha messo incinta una cameriera ed una donna delle pulizie. Della serie: se vuoi scopare bene, devi andare dalle donne del popolo; nemmeno Fromm in “Marx e Freud” era arrivato a tanto. La questione si ripropone con i SOAD, che come immigrati armeni nella ricca terra hollywoodiana potevano al massimo aspirare ad una grande carriera di lavamacchine o scippatori ed invece sono diventati delle stelle del metal. Il nuovo disco in parte, parla proprio di questo, ma l’argomento è presente in tutta la loro musica. L’etnia degli armeni (ricordiamolo perché fa bene: prime vittime di uno sterminio di massa nel secolo scorso ad opera dei Neo-Europei Turchi, che continuano a negare) non è presente in senso di musica folk, ma come strana forma di follia che si estende da tutti i paesi balcanici fin verso l’Asia, dove tutto si accumula, si mischia, si cancella per poi rinascere sotto nuova forma. Del resto in ogni canzone dei SOAD ci sono idee per almeno un paio di lp e noi fai in tempo a scaldarti muscoli su un riff nu-metal che devi già memorizzare un ritornello funkeggiante e quando l’hai fatto i nostri sono già in un’opera lirica. Mezmerize accentua ancor di più dei dischi precedenti questa tendenza, arrivando quasi alla schizofrenia ed in un ossatura granitica entrano ed escono riferimenti new wave, punk ed hardcore, più qualche peccato veniale come una ballata di marca Hetfield che però è fatta talmente bene, da non potersi confondere con i tanti Petallica (i Metallica fatti col culo) che invadono i canali satellitari musicali. Proletari di tutto il mondo, siamo di fronte ad una band più anarchica che comunista, ma se oggi volete apprezzare lo spirito che fu dei PIL e dei Dead Kennedys, unitevi ai SOAD.
"da Cacofonico 06/05"

SYSTEM OF A DOWN "Toxicity" - Columbia

Quando un gruppo “alternativo” (odiosa parola, soprattutto che di alternativo non c’è più nulla) diventa velocemente un classico, ecco che certa stampa storce il naso. Da sempre la critica musicale si batte per le minoranze più o meno etniche e supporta i beatiful losers così come il WWF si batte per la sopravvivenza del Fringuello Nano della Val di Non. Nulla da eccepire, ma se è vero che la sinistra al potere non è più stata in grado di essere sinistra, è altrettanto palese che la stampa musicale non è in grado di essere critica quando trova uno dei suoi beniamini nelle charts. Si sospetta immediatamente, si punto il dito contro la emtivizzazione del suono alternativo e via a banalità del genere. Toxicity è talmente bello da non aver bisogno di parole di accompagnamento, ma visto che lo snobismo è sempre dietro l’angolo, ci sembra giusto difenderlo. Chi parla di già sentito ha ragione, ma anche questa è una discussione ritrita quanto i programmi televisivi di Santoro. Dietro questi quattro folli c’è tutta la storia della musica, ma non è colpa loro se hanno esordito a quasi cinquant’anni dalla nascita del r’n’r. La carica che esce da questo lavoro è unica, che poi uniscano idee di Metallica, Primus, Soundgarden e Korn è solo un gusto da musiquephiles e se i loro brani sono praticamente psicodrammi che vanno dagli incubi degli Alice in Chains a quelli dei Tool, come e soprattutto in “Chop Suey” (nonostante uno dei videoclip più brutti mai visti…) li iscrive nella lista di coloro che hanno segnato il suono estremo di questi anni. Dei giganti, sul serio.

PITCHSHIFTER "Deviant" - Wea

Di tutta la nidiata tecno-metal o cyber-grunge (ci ho messo tutto così in qualcosa ci azzecco) i Pitchshifter sono quelli che hanno resistito meglio all’usura del tempo (che schifo sembra lo spot pubblicitario di un pneumatico). Senza arrivare alle vette inarrivabili degli Young Gods e senza sfiorare l’estremismo degli altrettanto inaccessibili Fear Factory, si son fatti le ossa presso la scuola “Mal di Orecchie” ed oggi approdano ad un sound che è diventato mainstream non per colpa loro, ma nemmeno per merito loro. Sono dei pionieri, ma il capolavoro non l’hanno mai inciso e ciò vale anche per Deviant, anche se l’energia gira a mille.
"da Jammai nr. 36/37 - 08-09-10-11-12/00"

LIMP BIZKIT "The chocolate starfish..." - Interscope/Universal /// PAPA ROACH "Infest" - Dreamworks

I primi della classe e le matricole. I miliardari ed i mendicanti (si fa per dire visto che hanno un contratto con la Dreamworks…) uno di fronte all’altro, ma mi spiace dirlo non c’è partita. Non solo per i suoni, ma anche per le idee, “Chocolate…” fa sparire “Infest”. C’è chi si è lamentato perché i Limp Bizkit hanno proposto una formula troppo collaudata e di facile presa. Ora vorrei sapere cosa c’è di nuovo in ambito crossover da qualche anno a questa parte a partire dalla madre di tutti i “pacchi” ( e cioè i RATM)? I Bizkit propongono un disco veloce, suonato ed inciso straordinariamente bene, con tanto di soundtrack ruffiano di MI2 (che almeno cancella l’obbrobrio dei mezzi U2 di qualche anno fa). I Papa Roach invece esordiscono in maniera convincente, ma neppure loro dicono nulla di nuovo. Comunque se è solo l’adrenalina che cercate qui ne troverete a carrettate e poi meglio loro dei Backstreet Boys, di Paola e Chiara o dei Lunapop nelle orecchie dei teen-ager, ma a quel punto anche l'otite è meglio….
"da Jammai nr. 36/37 - 08-09-10-11-12/00"

MOONSPELL "The butterfly effect" - Century Media

Sempre eleganti i Moonspell, autentici stilisti del death/doom/industrial (e vacci tu a trovarla tu un’etichetta per ‘sta musica…) sin dalla copertina che per fortuna non riporta anticristi, né tutto il merchandising del buon vecchio Caprone. Si parla di farfalle, ma Puccini è lontano, seppure latino come Ribeiro e compagnia. E’ più vicina la new-wave in questo caso, seppur non si tratti di maledettissimo revival, qui siamo di fronte più che altro alla sepolcralità evocativa dei Sisters of Mercy, senza però che si arrivi mai al plagio dei Type O Negative; oppure a certe ballate del Murphy solista. Avvolgenti ed inquietanti, ma mai tediosi per fortuna, una vera mosca bianca (anche se di candore qua ce n’è pochino) nel panorama musicale europeo odierno.
"da Jammai nr. 33 - 01/00"

METALLICA "S&M" - Vertigo

Sento già qualcuno esclamare: “Ma come si fa a recensire un disco dopo così tanto tempo? ….e dei Metallica! …e con l’orchestra!” Si sa però che fra i tanti pregi di Jammai non c’è la tempestività, in più sono dell’idea che per valutare un disco nella giusta maniera, di tempo ne debba trascorrere un po’. Nel caso di questo lavoro ancor di più. Quando una delle band più famose del pianeta si mette a fare un disco con l’Orchestra, generalmente significa che è alla frutta ed i casi di Deep Purple ed E.L.& P. insegnano, ma non si può certo dire che ai quattro cavalieri manchi il coraggio. La prima immagine che viene in mente ascoltando “S&M” è quella di quattro culturisti impegnati in danza classica, ma presto la goffaggine dell’operazione sparisce per far posto all’indubbia bellezza delle composizioni. Fortunatamente viene evitato il pericolo del virtuosismo strumentistico ed alla fine non possiamo non dirci tutti morriconiani. Comunque FFO (aka For Fans Only).
"da Jammai nr. 33 - 01/00"

KORN "Issues" - Epic

Molti hanno smesso di amare i Korn, o non li hanno amati perché si sono dimostrati da subito un gruppo di straordinario successo. Meglio parteggiare per i Machine Head che restano un gruppo di culto, anche se infinitamente meno talentuosi. Certo i Korn di oggi sono meno sorprendenti che all’esordio e si trovano sulle spalle anche una serie di figli illegittimi che neppure volevano, ma restano tra i pochi capaci di colpire con questa intensità. Lungi dal fare la fine dei Therapy? si sono notevolmente affinati, senza perdere però un briciolo di quella forza che li ha fatti diventare una delle band americane più importanti degli ultimi anni. Ci omaggiano anche di un grazioso cd con remixes e brani live, li ringraziamo, ma la prossima volta lo regalino ai loro cuginetti, perché di cacate stracotte come quella non sappiamo che farcene.
"da Jammai nr. 32 - 11/99"

BRUTAL TRUTH "Goodbye cruel world" - Relapse

Se ne va l’anno, il secolo e forse il millennio, ma se ne vanno anche i Brutal Truth che titolano la loro ultima opera con una certa retorica, ma a noi la retorica in fondo è sempre piaciuta. In questi anni hanno tenuto alta la bandiera di un musica estrema tesa alla sperimentazione che non era però violenza griffata, come tanti satanisti da copertina, ma vera esperienza del male di vivere che circonda la nostra epoca, tanto per stare nel campo della retorica. Live fiume questo, che straripa dalla voglia di dire. Si sono fermati forse per non diventare anche loro dei buffoni di corte ed anche per questo li ammiriamo.
"da Jammai nr. 32 - 11/99"

SYSTEM OF A DOWN "SOAD" - Columbia

SPINESHANK “Strictly diesel” - Roadrunner
PULKAS “Greed” - Earache
NAPALM DEATH “Words from the exit wound” - Earache

Metallo, non metallo… direbbe un gruppo italiano che una volta abbiamo anche apprezzato e che subito ci ha puniti, rifilandoci prove mediocri ed un’arroganza da far sembrare il Cassius Clay dei tempi d’oro una specie di cardinale Martini. Comunque dimenticando i nefasti di casa nostra c’è da dire che c’è musica nuova nella cucina dell’inferno. Gli Spineshank ci mettono della buona volontà, ma nell’ormai vastissimo oceano del metal industriale arrivano tardino. Suonano bene, sono godibili, ma sembrano i Fear Factory dei poveri ed il loro brano migliore è una cover beatlesiana e questo la dice lunga su quanto quella musica sia ancora attuale. I Pulkas sono più classici, ma sono un gradino più in alto, sono violenti, puliti e precisi come il genere richiede, ma a differenza di altri, non stancano affatto, anzi ascoltandoli si avverte una benefica scossa elettrica alla spina dorsale. Più su ancora stanno i SOAD, band metal dalla attitudine punk (occhio… non hardcore…) il cui cantante sembra un incrocio fra il figlio di J. Biafra e della sorella di J Lydon (sempre che ne abbia una). Hanno anche una loro teoria sulle sorti della terra e parlano pure di rivoluzione. E’ arrivato il tempo di un bertinotti-metal? Comunque un gruppo su cui puntare per gli anni 2000. …e quelle vecchie canaglie dei Napalm Death? Prossimi alla pensione secondo alcuni, geni da rivalutare secondo altri; come al solito non ci prende nessuno, a parte noi ovviamente, che vi diciamo: grande band, indubbiamente.
"da Jammai nr. 27 - 01/99"

METALLICA "Garage Inc." - Vertigo

Bella vita fanno i signori del metallo, nonché signori delle charts. Ogni tanto se ne escono con un dischetto, sempre gradevole, ma degno del principio economico MRMS, cioè Massimo Risultato con il Minimo Sforzo. Oggi riciclano il già riciclato, prendendosi così anche l’applauso dei verdi e si presentano con un vecchio album di cover assai ampliato. Chi si era perso l’originale è avvantaggiato, ma tutti, e non solo i metal kids, dovrebbero mettere le mani su questo doppio cd, per vedere come i quattro Cavalieri (che per fortuna loro non hanno ville con giardino zoologico ad Arcore) prendono il repertorio altrui di qualsiasi tipo, dall’hardcore militante dei Discharge, al blue collar rock di B. Seger, dal metal demoniaco dei Mercyful Fate, fino agli stra-classici sabbathiani e del simpatico Lemmy & co., e lo fanno loro fino al punto di poter pensare che di quelle canzoni siano proprio gli autori. 65+70 minuti di autentico spasso e di questi tempi è cosa rara.
"da Jammai nr. 27 - 01/99"

SLAYER "Diabolus in musica" - American

Se c’era bisogno di farlo, gli Slayer con questo disco dimostrano di non essere un fumetto, ma musicisti sorprendentemente maturi. Tutte le chiacchiere sul loro nazistismo non sono aria fritta, perché certe simpatie non ci vanno certo giù, ma loro continuano a negare e, se vogliamo continuano anche a menare. Sembra che dopo aver fatto decine proseliti, che si contano sia nel campo metal che in quello hardcore, abbiamo tratto linfa vitale proprio dai discepoli per affermare con forza che è ancora loro lo scettro del suono più estremo.
"da Jammai nr. 26 - 11/98

PITCHSHIFTER "www.pitchshifter.com" - DGC

Disco estremo ? Può darsi, ma ormai il concetto di estremo è andato a farsi friggere da un pezzo. Qui troviamo soprattutto quel sound estremo che è sinonimo di “moda”. Il sito dei Pitchshifter è dunque interessante, ma non si discosta molto da tante altre cose che in questo periodo riescono anche a finire al Festivalbar. A metà strada tra Prodigy e Fear Factory senza essere né uno, né l’altro.
"da Jammai nr. 25 - 09/98"

MOONSPELL "Sin/Pecado" - Century Media

Metallari portoghesi ? Pensavo fossero coloro che non pagano il biglietto ai Monsters of Rock.... Invece questi Moonspell sono connazionali di Paulo Sousa e, come lui, uniscono la potenza all’eleganza, tirando fuori un disco che del metal classicamente inteso ha ben poco. Non lo scopriamo certo oggi, ma questo spostamento di attenzione dai canoni ormai trasfigurati del rock estremo a suggestioni più melodiche, quasi mediterranee, è decisamente notevole. Più che la vena darkeggiante questa volta i Moonspell mettono in mostra una capacità compositiva assai ariosa anche se spesso complessa. Largo dunque ai ricordi di band new-wave dei primi anni 80, ma anche ai Metallica più recenti e questo dovrebbe portar loro molto bene....
"da Jammai nr. 23 - 05/98"

METALLICA "Reload" - Vertigo

Che senso hanno i Metallica in questi anni in cui il metallo è terra di dominio dei vomitatori di Satana ed inculagesubambini? E' semplice, direbbe qualcuno, loro non sono più metal, così assorbiti dalla notorietà, dai tours, dai soldi, dalle superproduzioni, da tutto quello che, diciamo la verità, ci fa diventare viola dall'invidia. Certo, non sono più sorprendenti e corrosivi come un tempo, ma non sono neanche quelle mozzarelle che certa critica, impegnata poi ad osannare l'ennesimo fetente clone dei Dream Theater, ci vorrebbe far credere. Vanno avanti per la loro strada, con un occhio ai fans, da non deludere ed uno al conto corrente da rimpinguare, ma come sempre nessuna delle tredici canzoni di questi rimasugli del precedente "Load" è da buttare ed in tempi come questi è una cosa da tenere in cosniderazione. Gira che ti rigira uno dei migliori dischi dell'anno, anche per quel graffio al cuore che è la voce di Mrs. Faithfull, una che non ha mai sbagliato "compagni di merende".
"da Jammai nr.22 - 03/98"

MISERY LOVES CO. "Not like them" - Earache

Di dischi belli quest'anno ce ne sono stati pochi, anzi pochissimi. Di memorabili nessuno. Va così... succede. In futuro ci sarà qualche deficiente che recupererà questi anni criticamente ed allora la cacca nostalgica diventerà miele, ma per intanto (si dice "per intanto"?) dobbiamo accontentarci di quel poco di buono che ci passa il classico convento. Comunque ci sono anni più o meno buoni per il vino, la frutta, le generazioni calcistiche... perché dovrebbe sfuggire la musica? I Misery Loves Co. rasserenano questi ultimi mesi dell'anno con un lavoro che fa ben sperare. Il loro punto d'incontro, a suo tempo impensabile, fra new wave e metal estremo è una buona strada anche se già indicata dai maestri Fear Factory. Tecnologia e globuli rossi: sono loro i veri "prodigi" dell'anno, ma per i fenomeni, come han fatto gli interisti, dobbiamo aspettare... A proposti sono svedesi; solo gli italiani non sono capaci di tirar fuori un gruppo decente.
"da Jammai nr. 21 - 01/98"

FEAR FACTORY "Remanufacture (cloning technology)" - Roadrunner

Questo disco andrebbe acquistato solo per il fatto che è stato stroncato da Rockerilla, che, si sa, parla bene di chiunque. In mezzo a tutti quei superlativi per la neo-neo-psichedelia, per il post-grunge ed il kraut-rock-comeback, come mai, mi chiedo io, neanche una parolina a favore di questo gruppo che innovativo lo è parecchio ? Evidentemente i metallari non amano le innovazioni tecnologici, fanno finta di essere progressisti ed invece sono conservatori (come quelli del PDS !) ed il loro cuore palpita per l’assolo di venti minuti. Niente da fare allora per questo ulteriore spostamento in avanti del concetto di musica estrema, che certo favoloso non è, ma indubbiamente coraggioso. Spetta a voi decidere dunque se dare fiducia ancora a Cazares e soci.
"da Jammai nr. 20 - 11/97"

AEROSMITH "Nine lives" - Columbia /// W.A.S.P. "K.F.D." - Sanctuary/Castle

It’s only rock’n’roll e, per questo, I don’t like it. Certo, vedere gli Aerosmith oggi, cazzoni come venticinque anni fa, può anche far piacere, soprattutto a confronto con tanti artisti (artisti ?) anonimi di tutti gli angoli del globo. Vedi i partecipanti di Sanremo, che ormai non se li ricordano neanche i parenti stretti. I WASP invece, ci riportano a quel r’n’r ignorante di metà anni 80, ed era ora, dopo tutte queste bands preoccupate del buco dell’ozono e delle sorti della balena. Comunque Perry e soci hanno realizzato il classico disco stile anni settanta, che loro incidono dagli inizi degli anni settanta. Qualcuno per favore gli regali un calendario, anche perché l’unica cosa veramente straordinaria fatta da Steve Tyler in tutti questi anni è sua figlia Liv ! A sorpresa sono i WASP a fare la figura migliore, con un disco che parte malissimo, con un brano dal miasma “gansenros”, ma poi si diversifica con qualche tocco industrial e qualche brivido stranamente gotico. Magre soddisfazioni per il rock, che è in piena fase di involuzione, come agli inizi degli anni settanta, proprio quando questo genere iniziava a prendere piede. La storia si ripete...
"da Jammai nr. 18/19 - 07-09/97"

ANATHEMA "Eternity" - Peaceville /// BRUTAL TRUTH "Kill trend suicide" - Relapse /// CRADLE OF FILTH "Dusk and her embrace" - M.F.Nations

MOONSPELL "Irreligious" - Century Media

Abbiamo già sancito la morte dell'heavy metal ed in questo siamo stati suffragati dalle pubbliche confessioni dei Metallica, ma puntualmente, nell'attimo stesso in cui un genere musicale si trova a spirare, l'animaccia sua torna a materializzarsi nelle forme più classiche ed incontaminate. Ecco allora il ritorno del sound lungocrinito, iperchitarristico ed enfatico che ci provoca certo meno dolore del ritorno di "Stranamore" sugli schermi italici, ma bisogna distinguere tra le prelibatezze ed il junk-food. In quest'ultima categoria ci infiliamo sparati i Cradle of Filth che, a parte il makeup dozzinale, al cui confronto i White Zombie sembrano creazioni di Valentino, haute couture poi, nemmeno casual, sfornano il classico album di speed darcheggiante con divagazioni canore dal catacombale all'iperfalsetto. Una mostruosità, ma non nel senso che intendono loro. Se volete piantare il/la vostro/a ragazzo/a e non sapete come fare regalategli/le questo disco. Gli Anathema sono invece un gruppo senza particolari asperità anzi certe melodie ricordano Cocciante, quello bravo però, non quello degli ultimi dieci anni, che a dire il vero sono le cose migliori, visto che ogni tanto la bandsi perde in giri progressivi che ormai han fatto il loro tempo. Molto meglio, direi i migliori del lotto, i Moonspell che seppur muovendosi in atmosfere dark (occhio! sarà il prossimo trend...) rinnovano la tradizione con giri chitarristici di estrazione pop che danno un sapore assolutamente inedito al lavoro. Chiudiamo con i Brutal Truth dicendo che con tutti gli altri non c'entrano nulla essendo i consueti terroristi sonici e che l'ultimo, breve lavoro (circa mezz'ora) li conferma ai vertici della musica estrema insieme a Korn e Fear Factory. Anche il loro "Kill trend suicide" però si segnala per una maggiore attenzione nei confronti del metal più classico. A tutti ricordiamo che in edicola è uscita una splendida versione dello "Stabat Mater" di Pergolesi, capolavoro doom-dark in anticipo di trecento anni sui Black Sabbath.
"da Jammai nr. 15 - 01/97"