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Il sapore del pop

E’ sorprendente la storia dell’ultimo lavoro di Danger Mouse, il signor cinquantapercento dei Gnarls Barkley, che pur mettendo in campo il Real Madrid del rock (Casablancas, Iggy, Coyne e Chesnutt fra gli ospiti) non può uscire per una questione di diritti con la casa discografica. Anni fa sarebbe nata intorno al disco (“Dark night of the soul”) una mitologia infinita degna dell’album nero di Prince o dell’ancor più antidiluviano “Sorriso” dei Ragazzi della Spiaggia. A parte il fatto che ragionare in questi termini al giorno d’oggi è un po’ come usare la mongolfiera per andare in giro, o sfidare qualcuno a duello per un parcheggio, o cercare di parlare dei problemi di questa società: una cosa dell’ottocento. Sappiamo però che all’interno delle case discografiche (incredibile: ne esistono ancora!) si annidano le idee più antiquate del mondo e solo Scajola con il nucleare riesce ad essere più retrogrado. La cosa bella è che questo disco osteggiato per motivi ragionieristici e non artistici è perfettamente fruibile tramite la rete e nessuno può fermarlo. …e guarda un po’, andatelo a dire ai discografici di cui sopra, è veramente un gran bel disco che svetterebbe in tutte le charts. Quindi per gustare il sapore del pop dovrete armarvi di pazienza ed andarvelo a cercare, altrimenti resterete prigionieri dei consigli di articolisti snob da strapazzo (sia come articolisti che come snob) che vi spingeranno fra le braccia di lavori scolastici ed insapori quali “Actor” di St.Vincent o “Still night, still light” di Au Revoir Simone, per non parlare di Tiga con “Ciao!” (ecco sì bravo, saluta e vattene…) Per andare sul sicuro potete comunque optare per il nuovo Royksopp (“Junior”), ma saltando il fosso non vergognatevi ad ascoltare l’ultima compilation di Coccoluto “Amigdala” uno che una volta doveva vergognarsi ad andare in giro a dire che faceva il deejay, mentre oggi quasi gli danno una cattedra di antropologia (a parte che ne sa più lui di tanti altri…). Il suo viaggio verso una house minimal-chic è compiuto ed il tempo passato ad ascoltarlo non è certo tempo perso. Per chi non si arrende c’è “The eternal” dei Sonic Youth che noi troviamo molto fresco e straordinariamente “pop”, ma si sa: il gusto, come la giustizia checché se ne dica, non è uguale per tutti.
(dal Cacofonico nr. 66 del 07/09)

La leggerezza del tocco

Sarà per la stagione che passa dall’inverno all’estate e ritorno nel raggio di ventiquattr’ore, ma la mia attenzione di questo mese si rivolge ad opere che fra loro hanno poco in comune e le alterno nel mio lettore ottenendo effetti devastanti sulla mia psiche già fortemente debilitata dal mondo circostante. Che cosa è soffice o duro per le nostre orecchie e perché a fronte della musica detta leggera non si è mai parlato di musica “pesante”, ma “impegnata”? Partiamo da una delle mie grandi passioni di sempre pur non essendo io un “culattone” come direbbe qualche illuminata camicia verde: i Pet Shop Boys. Più che “leggeri” io li ho sempre sentiti “leggiadri”, in grado cioè di dare un tocco di buon umore alla giornata, anche dopo aver ascoltato un discorso del premier, i belati dell’opposizione e le relative smentite e questo disco, “Yes”, è ciò che serve di questi tempi. A fronte della synth(ma non troppo)-band , metto quello che considero una delle migliori metal-band del mondo: i Brutal Truth. Il loro “Evolution through revolution” già dal titolo la dice lunga e penetrare all’interno di questo blocco incandescente di violenza pura è impresa ardua, un genere che chiamerei “brunetta-metal” tanto è insopportabile, anche se a differenza delle altezzose dichiarazioni del ministro (“Ministro? Con quella faccia? Ma mi faccia il piacere!” grande principe De Curtis…) queste canzoni (oddio canzoni…) lasciano una spaventosa energia dentro l’ascoltatore. Giù di lì vanno anche i Ministry che ci salutano affatto mestamente con la registrazione di un concerto micidiale e lo intitolano “Adios! Puta madres (Live)”. Pensate un po’: se i Nomadi decidessero finalmente di togliersi dalle palle e chiamassero il loro ultimo album: “Porca Mad… Live!”, ma siamo nel campo della fantasia… Stesso terreno dove si sono ritrovati due reduci degli anni tra i settanta e gli ottanta; parliamo di John Foxx e Robin Guthrie che in “Mirrorball” infondono elettronica leggera, chitarrismo e vocalità eterea in un’opera che non è un capolavoro, ma si fa preferire di certo a certe porcate elettroniche che van per la maggiore sulle riviste specializzate, ma non su questa, dato che la nostra unica specializzazione è proprio la leggerezza.
(dal Cacofonico nr. 65 del 06/09)

U2 “No line on the horizon” – Mercury - DAN AUERBACH “Keep it hid” - Nonesuch

Che cos’è un classico? Facile rispondere: qualcosa che resiste nel tempo e che ci da sempre le stesse emozioni. Il problema è: come riconoscerlo subito? Anche qui si deve spalancare il cuore al pari dei padiglioni auricolari e far in modo che le note arrivino al posto giusto. Bono & soci, navigando fra paradisi fiscali ed iniziative benefiche soprattutto per la loro popolarità, han smarrito da decenni la strada maestra per il cuore. Ricordando Chaplin che, presentandosi in incognito ad una gara per sosia di Charlot arrivò terzo, oggi come oggi gli U2 non riuscirebbero a vincere una delle tante gare per cover-band dedicate a loro stessi. Eppure qualcosa funziona, nonostante la solita rovinosa produzione di Brian Eno che è riuscito quasi ad affossare anche una band vitale come i Coldplay, perché se all’orizzonte di questa multinazionale non può esserci nulla, guardarsi alle spalle può essere utile. Così fra gli eccessi di riverberi, o di “Oh Oh” e “Sha La La” può arrivare qualche zampata incendiaria come”Magnificient” sicuramente uno dei brani più belli dell’anno (il 1987 però!) e giungere alla fine dell’album non è impossibile come spesso è accaduto con la band irlandese. Anche Auerbach si rivolge al passato, ma il suo è uno sguardo puro, senza calcolo ed interesse e questo è ciò che intenerisce della sua musica, sofferta eppure splendente. Scarni arrangiamenti e voce nasale, chitarra distorta e pochi pezzi di batteria, ogni tanto spunta il fantasma del Tom di “Swordfishtrombones” ma fa solo piacere. Un lavoro che pur avendo in mente padri antichi è rivolto al domani e tornando alla domanda iniziale, “che cos’è un classico?”, ecco brani come “Whispered words” lo sono già ora.
(dal Cacofonico nr. 63 dl 04/09)

Scherzi di carnevale

Ormai la festa più divertente dell’anno, quest’anno assai meno divertente del solito, è già passata da un pezzo, a parte a Montecitorio e dintorni dove il Carnevale impazza per dodici mesi. Sono un Qualunquista, dite? …e pure Populista? Sì è vero e allora? E’ un cosa di cui vado fiero. Quindi ascoltato il mio outing, non rompete più i coglioni e proseguiamo: gli scherzi dunque ce li han fatti i Franz Ferdinand e Bruce Springsteen. Sulla bandaccia di Glasgow abbiamo già detto a suo tempo tutto il male che c’era da dire ed oggi Kapranos e soci che ti combinano? Vanno ad incidere un disco stratosferico (“Tonight” – Domino Rec.)… un po’ come se Gasparri avesse un’idea geniale… Dopo tante chiacchiere e distintivo (la migliore band del pianeta… il pop più giusto che ci sia…) sempre comunque migliori di quelle di casa nostra, dato che il problema non è che Povia canta un canzone su/contro i gay, il problema è che Povia canta, punto e basta; finalmente la musica è all’altezza delle aspettative. Gran belle canzoni, con presa immediata ed ispirazione variegata, che mette in fila la solita new-wave ed una voce dai toni morrisoniani che non sarà una novità, ma fa sempre il suo effetto. Il brutto scherzo ce lo gioca invece il Boss da cui, concerti a parte, non ci aspettavamo certo faville, ma nemmeno un disco “scatologico” come “Working on a dream” (Columbia). Le ballate migliori sono poche e comunque, sempre le stesse, ma le peggiori sono veramente orride, quasi a livello sanremese. Se poi andiamo sulla sua tipica canzonaccia da stadio finiamo a mollo nella merda, dato che un brano come “Outlaw Pete” sfigurerebbe anche nel repertorio di Jimmy Fontana.
(dal Cacofonico nr. 62 del 03/09)

Saldi e ribassi

Anche per il rock è stagione di saldi. Gennaio è un mese dove c’è poco da trovare, forse per la stretta vicinanza con le festività natalizie, ormai da decenni terreno fertile di compilations e raccolte varie saturanti il mercato, le orecchie e, per chi ne è dotato, i testicoli. Proviamo a grattare la crosta della mediocrità generale e cerchiamo qualcosa che possa allietarci i pomeriggi gelidi e nebbiosi. Il primo grosso nome è quello del veneratissimo Antony con tanto di Johnsons che torna al pubblico con il nuovo lavoro “The crying light” (Secretly Canadian). Questo è un artista di cui molti narrano meraviglie, ma a noi sembra più bizzarro che geniale; in più la sua voce non ci piace proprio. Per capirci: “The crying light” è un disco notevole, ma dov’è questa abissale differenza con i lavori precedenti? Così si torna al discorso di prima: Antony è bravo, ma è un segnale luminoso in mezzo ad un oceano di pochezza e se lo metti al fianco di chessò, Nick Drake (uno che non c’entra un cazzo con lui) eccolo che sparisce. Gran nome per il discorrere generale anche quello degli Animal Collective che escono con “Merriweather post pavillion” (Domino Rec.) un ensemble aperto sia come componenti che per ispirazione. Anche qui non si può negare che l’ascolto sia quanto meno variegato, passando da un pop nevrotico a lunghe digressioni immerse in un brodo psichedelico, ma se tornano sul serio i My Bloody Valentine, questi che fine fanno? Ogni tanto poi salta fuori odore di Primal Scream che combinato a trame vocali un po’ pesanti, rendono la digestione dell’album lenta e difficile. I migliori del lotto sembrano questi Glasvegas (“Glasvegas” – Columbia), autori del “tormentino” “Daddy’s gone” ma che si fanno apprezzare per tutta la lunghezza del disco con un rock leggero, ma non troppo, delle gran belle chitarre ed una voce irriverente che ricorda lo Strummer meno incazzato…andiamoci piano però, lì siamo in un altro pianeta…
(Cacofonico nr. 61 del 02/09)

GUNS’N’ROSES “Chinese democracy” – Geffen Records

Non avrei mai creduto di trovarmi a parlare dei Guns’n’Roses alla soglia dell’età pensionabile. Primo: difficilissimo che loro ci arrivassero. Secondo: non era detto che ci arrivassi io. In più a me sti capelloni, ancor più imbottiti di stereotipi che di droga, mi sono sempre stati sul cazzo. Detto quindi dell’assoluta inutilità di questo disco, vorrei però fare alcune considerazioni. Solo fino a dieci anni fa un’uscita di questo genere avrebbe fatto saltare il banco, oggi fa anche un po’ tenerezza e quindi mi sento in dovere di prenderla in considerazione. Si pensava che i Guns spogliati di tutto il “rumore” mediatico si sarebbero squagliati come il programma del PD ed invece il disco c’è, è lì, suona e non sfigura. Come, osserverà qualcuno, hai sputtazzato su tutti quelli che fanno della musica un’unica immensa operazione revival ed ora difendi sti zozzoni? E’ vero: non è certo un album da isola deserta, a parte il fatto che se ti trovi su un’isola deserta hai ben altri problemi che ascoltare musica, ma i Guns, anzi diciamo pure il solo Axl e nel discorso ci potremmo infilare i Metallica, spernacchiati dai più, ma affatto male nell’ultimo album, sono in possesso di una cosa rara: l’onestà verso i loro mezzi, una cosa che gli permette di essere ascoltati con animo sereno e senza alcun preconcetto. La musica è un guazzabuglio di Aor mischiato ad industrial solo in grado di evocare il fantasma di quello che una volta veniva definito street-rock, ma dateci un ascolto, male non vi farà. Se poi preferite i Mogwai è affar vostro (e del vostro psicologo di fiducia…)
(dal Cacofonico nr. 60 del 01/09)

CALEXICO “Carried to dust” - City Slang

Non credete a coloro che parlano di musica di frontiera. Tanto meno credete a quelli che parlano di imbastardimento pop. L’approccio alla musica dei Calexico non è morbido, bensì notturno ed ormai le frontiere non esistono più, se non nella mente di qualche primate della politica localistica che ancora oggi campeggia sulle pagine dei giornali, ma che la storia spazzerà via presto. La ditta Burns/Convertino nonostante tragga la sua linfa dai vari “folk” americani (siete ancora convinti che ce ne sia uno solo?) sono un ensemble straordinariamente cosmopolita, in grado quindi di comunicare le loro sensazioni ad un pubblico planetario. Dolcezza e rabbia, sì anche rabbia, perché non c’è bisogno di una montagna di distorsori per denunciare un omicidio politico come quello di Victor Jara, poi giorni e notti senza sonno, ma al riparo da ogni affanno, perché questa è musica che protegge, perché fa bene all’animo. In giro ci sono tensione “r.e.m.iane”, trombe messicane e sussurri di slide-guitar, ma è tutta illusione, il nucleo dei Calexico è il cuore e quello non ha nazionalità.
(da Cacofonico nr. 57 del 10/08)

Chi dice donna dice....

…. Summer! Donna Summer??? Già proprio lei che sulla sessantina (ragazzi per alcuni è l’età di vostra nonna…) si presenta con un nuovo disco intitolato “Crayons” (Matite? ‘zzo di titolo è?) affatto spregevole, a differenza ad esempio dell’ultrapompata bufala di Madonna “Hard Candy” che divorzia, ma purtroppo non abdica e minaccia pure di mettersi a fare la regista. Restando al cinema che dire della prova della bella (un po’ secchina per i miei gusti…) Scarlett Johansson? “Anywhere I lay my head” è come lei: charmante ma esile, etereo in eccesso, con una serie di effetti eco che allontanano anziché coinvolgere, nonostante i brani portino la prestigiosa firma di Tom Waits. Certo un ascolto piacevole ma… ma con Joan As Police Woman andiamo molto meglio. “To survive” ci fa capire che non siamo al cospetto di una meteora, ma di un’artista che smessi i più nervosi cenni harvejani dell’esordio è passata ad un tono intimo, anche in seguito a dolorose esperienze personali, come testimoniano le comparsate di Rufus Wainwright e David Sylvian. …e passando da un Wainwright all’altra eccoci a Martha che con “I know you’re married but I’ve got feelings too” ci regala un disco cristallino di folk non bucolico (nonostante la barrettiana “See Emily play”) e moderno, dotato di molto stile e l’ospitalità data a Donald Fagen non è certo casuale. A proposito di stile, non mancate assolutamente il secondo disco di Shara Worden alias My Brightest Diamond “A thousand shark’s teeth” uno splendido disco ricco di gemme preziose, riflessivo e introspettivo, ma affatto lezioso e con una voce stupenda. Se parliamo di voce non possiamo che terminare con lei: Diamanda. “Guilty Guilty Guilty” è l’ultimo lavoro, chi parla di inaridimento della vena creativa è sulla strada sbagliata. Certo non siamo ai livelli dei primi dischi, ormai la sorpresa è superata ma il brivido che si prova ad ascoltarla resta unico.
(dal Cacofonico nr. 54 - 07/08)

HAVE A NICE LIFE "Deathconsciousness" - Enemielist

Un tempo si parlava di musica leggera per indicare una musica amica che ti tenesse compagnia in ogni momento della giornata. Lungi dall’essere considerato un giudizio, quel “leggera” solo in Italia è diventato un marchio d’infamia, sebbene il blasone dei suoi creatori spesso fosse altissimo. Truffaut, esagerando come sempre, diceva che le canzonette erano l’unica musica veramente importante, ma lo spartito delle hit di allora non era certo l’encefalogramma piatto di quelle di oggi. Per togliersi di dosso l’odore stantio ed ammuffito della musica che va per la maggiore in radio e tv, ecco un bel bagno di “concettualità”, un prezioso carico di musica “pesante”. Qui però il peso specifico non sta ad indicare nulla di infausto o violento o noioso, ma proprio una materia da valutare con calma e solo in determinati momenti. Un pasto da gustare non velocemente in piedi, ma in certe ore particolari. Infatti per questo strano duo del Connecticut sono state usate parole roboanti, quali “kolossal gothic”, ma non bisogna farsi spaventare. Certo i nostri per mettere a punto questo lavoro (che fra l’altro è distribuito solo per e-mail ed è accompagnato da un libretto di 80 pagine…) hanno impiegato cinque anni e lo definiscono con una parola che qualche anno fa sarebbe costata loro la vita: concept-album. Questi ottantacinque minuti di musica però sono una delle cose più affascinanti ascoltate negli ultimi tempi. Certo non c’è modo di farsi due risate, ma in molti hanno scomodato nomi importanti per inquadrarli: Cure, My Bloody Valentine fino ad una delle creature più affascinanti della 4AD: i Cindytalk. Da parte mia ci aggiungo i God Machine e questo la dice lunga sul “mood” del duo, ma anche su quali gemme si possano trovare soprattutto nella prima parte del disco che aumenta di valore ad ogni ascolto.
(da Cacofonico nr. 51 - 04/08)

A VOLTE (SEMPRE PIU' SPESSO) RITORNANO

I pochi amici che ho cercano di convincermi sempre ad occuparmi di novità musicali, ma io non posso farci nulla, visto che la domanda è la stessa della politica: DOV’E’ LA NOVITA’? Se qualche anno fa vi avessero proposto la reunion degli Eagles, avreste reagito come alle dichiarazioni di innocenza della moglie di Mastella: ribaltandovi dalle risate. Oggi invece si rivaluta tutto, anche i Toto, ma il motivo è la scarsa passione che genera il presente. Ecco allora che un “Greatest Hits” del buon Morrissey, raccogliendo brani dagli anni ottanta ad oggi mette in riga tutti i gruppettini britannici degli ultimi cinque anni. E’ uscito anche “The golden age” (titolo per caso ironico?) degli American Music Club, un lavoro che nel secolo scorso avremmo potuto definire minore, ma che oggi svetta per brillantezza ed equilibrio delle composizioni; un disco capace di farvi una compagnia che nemmeno il più affettuoso dei retriever riuscirebbe a darvi. Dal passato, sempre con affetto, arriva pure Joe Jackson che riabbraccia il clima del “notte e dì” in “Rain” e senza infamia e con qualche lode, compresa quella dello stile, cosa non da poco e vi fornisce un prodotto meritevole di attenzione. Anche il compitino di Bob Mould (“District line”), sì proprio lui, è in grado di stupirvi per gradevolezza con canzoni in perfetta linea con il suo stile, fatto di ritmica semplice e chitarre sature senza eccessi. Certo non la tempesta elettrica del terzetto di Minneapolis che ha segnato indelebilmente la storia. …ed a proposito di storia: sono tornati i Bauhaus! Dico: non i Mission od i Nomadi (che purtroppo non se ne sono mai andati…) ma quelli veri… e ti vanno pure a tirare fuori un disco che sembra suonato da un rockband tribalista con frequenti squarci elettrici come ai tempi migliori, guidati dalla solita voce magnetica, una sorpresa. Sì, questa sì. Votate Murphy per un rock migliore, altrimenti fate come me: restate a casa. Insieme ai ritorni celebriamo chi se ne va visto l’addio del Quartetto Alban Berg.
(da Cacofonico nr. 50 - 03/08)

CHARALAMBIDES "Likeness" - Kranky

Esiste un genere inesistente? Un suono inaudito, un qualcosa che non sia immediatamente collocabile in una casella, in uno scaffale dove prenda polvere dopo due giorni? Chiaramente no, non esiste, ma da qualche tempo, dalla colata lavica della banalità che ha invaso i nostri insediamenti sono partiti alcuni rivoli di anticonformismo che intrecciandosi fra loro han dato risultati se non esaltanti, almeno piacevoli. Questi Charalambides (più facile imparare tutti i nomi della costituente del PD..) ad esempio si possono definire gli anti White Stripes per eccelenza; sono un duo, due coniugi (veri) provenienti dal Texas che anziché dare in pasto al pubblico finto r’n’r sanguigno quanto il succo di frutta al ribes, si sono inseriti negli interstizi di una musica che non ha bandiera e una serie di punti di riferimento piuttosto affascinanti quanto sfuggenti. C’è una voce che evoca le migliori signore della 4AD, chitarre distorte e giri armonici ripetitivi che sanno di velluto sotterraneo e mantra indiani attraversati da lampi elettronici. Facile parlare di globalismo musicale, ma qui non abbiamo a che fare con suggestioni speziate che infestano anche le hit da classifica (del resto ormai anche vostra nonna, a differenza di un tempo, ha contatti quotidiani con musiche non autoctone) siamo bensì di fronte ad un progetto teso a destabilizzare la melodia normalmente intesa. Un progetto da seguire assolutamente.
(da Cacofonico nr.49 - 01/08)

OKKERVIL RIVER “The stage names” – Jagjaguwar Rec.

Nel cercare qualcosa di nuovo ci imbattiamo in questi Okkervil River che in verità sono già al quarto album. Disco piacevole non c’è che dire, ma che non si vada più in là di una certa grazia compositiva è significativo. Qui siamo in un ambito softcore-rock dove la musica americana viene riproposta in una confezione ricca di arrangiamenti con un occhio alla tradizione che a tratti può far pensare ai Wilco ed in altri momenti tocca una sognante solennità propria degli Arcade Fire, tutti nomi onorabili, ma certo non indicano una strada originalissima. Non che un bel disco debba essere per forza nuovo, od addirittura urticante, ma qui non si va oltre una gradevolezza da buona cover band ed anche se la strada intrapresa dagli OR è più ariosa che in precedenza, viene voglia di recuperare i lavori precedenti della band. Non un passo indietro, ma nemmeno avanti; siamo fermi, come tutto del resto.
"da Cacofonico nr. 45 - 10/07"

BATTLES “Mirrored” - Warp /// YOUNG GODS “Super Ready/Fragmentè” - PIAS

Parliamo di questi dischi, anche se sono usciti da un po’ di tempo giusto per farci una domanda affatto semplice: qual’è il suono del nostro tempo? Molti indicheranno i Battles, anche solo per il fatto che ci troviamo di fronte ad un gruppo contemporaneo. In più questa evoluzione del cosiddetto “math-rock” è molto a la pàge, arriva tramite l’etichetta giusta ed è benedetta dalla madre di tutte le recenti avanguardie: la Knitting Factory. Quando però vai a sollevare il velo ecco che saltano fuori ex-Helmet, Tomahawk ed uno che di cognome, non a caso fa Braxton. Un suono nuovo quindi che ha radici lontane. Se poi prendiamo in considerazione l’ensemble svizzero andiamo ancora più indietro e se si può affermare che la loro classica ricetta industrial è un po’ datata, dobbiamo ricordarci che questi anni fa se la giocavano con i Ministry. Ascendenze nobili a parte, si torna alla domanda iniziale: qual è il suono del nostro tempo? Le geometrie, forse un po’ troppo studiate a tavolino, dei Battles dove vengono analizzate chirurgicamente le nevrosi vertiginosi del vivere contemporaneo o le deviazioni libidinose degli Young Gods, dove ci si immerge nella cupa tensione di un futuro sconosciuto? Solo dopo che molte lune saranno passate potremo avere una risposta. In questi mesi ad esempio mi sono riascoltato l’opera omnia di Frank Zappa e devo dire amaramente che poche cose han retto al tempo; gli YG sono già sulla strada del declino è vero, ma cosa ne sarà dei Battles, soprattutto se finiranno in un labirinto di fusion no-wave?
"da Cacofonico nr. 44 - 09/07"

Dischi per l’estate

Come orientarsi nel pieno della calura per avere ristoro musicale? Quale cd portarsi in vacanza anche se ormai ci sono rimasti solo i soldi per un weekend a casa di nostra zia? Ma soprattutto: dove trovare un cd un po’ fuori delle righe, per non morire di noia e di ottuso rincoglionimento radiofonico? Facciamo un po’ d’ordine: innanzitutto salutiamo il ritorno dei Buffalo Tom, una compagine che stranamente non ha conosciuto la notorietà sebbene la sua classe sia pari se non superiore ad altre band americane del periodo grunge molto più “spinte” dalla critica. Il loro “Three easy pieces” è un lavoro sorprendente per freschezza ed ispirazione, come se gli anni non fossero passati. A proposito di sopravvalutazione ecco gli Smashing Pumpkins anche loro sulla strada del ritorno. Corgan torna nel gruppo, ma in verità si tratta di un altro lavoro solista. Restando in America, ma cambiando genere e generazione, ecco gli Interpol gemelli new-wave degli Editors. Alcuni critici li hanno trattati con freddezza, ovviamente non credetegli, il disco è eccellente, solo che hanno sbagliato singolo, perché è “Rest my chemistry” ad essere esplosiva. Muovendosi verso Chicago troviamo gli Shellac di Steve Albini che godendo di una libertà e di una considerazione esagerata, spesso confondono la sperimentazione con il cazzeggio. Passando ai pesi massimi dei dance-floor ecco gli UNKLE alle prese con un lavoro profondamente virato al rock, pieno di brani intensi, ma come sempre con gruppi come questi il problema è reggere l’intera durata del cd. Se vogliamo possiamo confrontarlo con l’album uscito da qualche tempo dei Chemical Brothers non troppo riuscito, anche perché i nostri si perdono in divagazioni kraut, mentre funzionano soprattutto quando spingono fino in fondo il pedale del ritmo. Se proprio volete perdervi in stranezze e chincaglierie varie non mollate il nuovo degli Architecture in Helsinki, ma soprattutto ricordatevi di non uscire nelle ore più calde.
Buona estate a tutti.
"da Cacofonico nr.43 - 08/07"

PATTI SMITH “Twelve” - Columbia

Questo disco volevano intitolarlo: “2007: Odissea nell’Ospizio” e ne avevano ben donde, visto i sessantanni di questa rochettara e le cover che si è andata a scegliere. Diciamo la verità: io sarò pure un signore di mezza età, ma ormai se le riviste specializzate dedicano più pagine alle ristampe che alle novità (notare la rima baciata...) e sempre più spesso ci troviamo a parlare di album di rifacimenti e non intesi come lifting. Qui si osa l’inosabile e più che da rompersi le palle c’è da farsi spezzare il cuore. Un album che contenga “Are you experienced?”, “Helpless” e “Gimme Shelter” fra le tante canzoni fa venire i brividi. Chi pensa però che la nonnina new-wave si sia fatta il suo geriatrico karaoke personale si sbaglia. Questo è un autentico atto di amore verso il rock fatto senza sbavature e la lacrima facile non scorre affatto, soprattutto per il coraggio mostrato (riproporre “White rabbit” non è per niente facile), l’intelligenza nello scegliere i brani, classici sì, ma non così inflazionati e la misura negli arrangiamenti che vedono una “Teen spirit” folkeggiante ed il brano di Stevie Wonder (ma i più ricorderanno il rap di Coolio) trasformato in un miracolo minimalista. Sarebbe da far studiare a scuola, se solo ce ne fosse una in giro, anche perché qui la cosa che emerge su tutte è la straordinaria voglia di divertimento. Non ci credete? Mettete su “Soul kitchen” e se siete capaci di stare fermi, complimenti: vuol dire che siete morti.
"da Cacofonico nr. 40 - 05/07"

PERE UBU “Why I hate women” – Glitterhouse Records

Il titolo, molto “politicolli scorrect”, c’entra poco, o meglio è solo fumo negli occhi. La vera abrasione al sistema nervoso arriva dai suoni. Anni fa un geniale recensore, prendendo in prestito un tormentone pubblicitario disse: “Contro il logorio della vita moderna Cynar, a favore i Pere Ubu”. Oggi, che quasi tutto il mondo è una Akron intossicata, che i serial-killer si sono sparsi ovunque e che la sporcaguerra stile Vietnam non è più una prerogativa americana, abbiamo una se non mille ragioni in più per prestare attenzione al lavoro di David Thomas e soci. Certamente più sottili ed a tratti più lirici dei devastatori di tanti anni fa, con questo disco realizzano una capolavoro di concretezza e mentre i ventenni oggi esordiscono con saltarelli new-wave, infilando un singolo uguale all’altro, i nostri il post-punk se lo mettono alle spalle. I Pere Ubu, forti forse della loro formidabile carriera, inanellano una serie di brani sorprendenti, per un album completo, come si usava negli anni d’oro, nemmeno fossero dei Pink Floyd al tallio, anche se il nome che viene in mente molto spesso è quello dei coevi Tuxedomoon. Un ascolto che riconcilia con la musica rock, ma siamo sempre alle solite: per emozionarci dobbiamo andare a prendere i veterani.
"da Cacofonico nr. 36 -01/07"

BOB DYLAN “Modern times” – Columbia/Sony Bmg

Salve! Sono ET3, l’amico extraterrestre di Tragic O’Hara. Essendo lui ancora impegnato in Lapponia, mi ha pregato di occuparmi io di questa simpatica rubrichetta. Dovete scusarmi se non sono informato come lui, ma sono stato via un bel po’ di tempo in un lungo viaggio siderale iniziato nel vostro 1996. Vedo che al governo c’è sempre Prodi, quindi deduco che gli anni-luce non sono più quelli di una volta. Ho scelto il disco di questo giovane cantautore quasi esordiente, perché sa dosare alla perfezione il suono della modernità con quello della tradizione. E’ molto piacevole ascoltare questo perfetto equilibrio tra rock, folk e blues che solo le nuove generazioni, innervando il movimento new-acoustic di magnetismo elettrico, riescono ad ottenere e.... cosa? Dylan è al trentaduesimo album in studio!? E’ nato nel 1941??? Oh, cazzo! Comunque... non c’è problema, tanto la musica migliore degli ultimi mesi è ad appannaggio degli esordienti: Tom Verlaine, Prince, Neil Young, Sonic Youth, Audioslave, Pere Ubu, Thom Yorke, Church, New York Dolls, Voivod, Killing Joke......
"da Cacofonico nr. 34 - 11/06"

RED HOT CHILI PEPPER “Stadium arcadium” – WB

PEARL JAM “Pearl Jam” – J Records/Sony
TOOL “10.000 days” – Volcano

A parte la follia commerciale di far uscire tre calibri del genere nel giro di una settimana, questi tre dischi ci fanno meditare su altro e vanno ben oltre il loro contenuto musicale. Se questo terzetto si fosse presentato 10 anni fa, avremmo gridato al miracolo, alla salvezza del rock, alla sua eternità. Oggi invece un’ombra di tristezza ci offusca la vista. Dal punto di vista musicale nulla da dire anzi: RHCP hanno ritrovato una vena creativa esaltante, testimoniata dall’alta qualità dei 28 (ventotto!) brani del disco, la band di Vedder e soci, suona sporca ed in certi momenti punk come non aveva quasi mai fatto ed i Tool sono sempre i più fedeli testimoni del lato più oscuro della nostra società. E’ lo spirito ad essere cambiato e non solo per la rivoluzione di internet o per l’11/09/01, qualcuno prova a ricreare la magia del tempo che fu, ma se questa magia non interessa a nessuno che farsene? Se si osserva bene il video di “Dani California” vediamo che il susseguirsi delle rivoluzioni si ferma agli anni 90 con la citazione dell’unplugged dei Nirvana. A noi fa un po’ schifo, mentre Kurt lassù se la ride e perché? Oggi in cima alla lista dei desideri dei giovani occidentali c’è solo il posto fisso, mentre i loro coetanei mediorentali si fanno saltare per aria in nome di un concetto di religione che non esiste, ma spopola nel deserto della fame e dell’ignoranza; e noi da dove ce la tiriamo fuori una nuova rivoluzione? Ecco perché se la ride Kurt lassù... lui è titolare inamovibile nella nazionale dei miti, mentre i suoi vecchi compagni quaggiù, seppur bravissimi, sono soltanto i reduci di una guerra irrimediabilmente persa.
"da Cacofonico nr. 30 - 06/06

THE STROKES “First Impression of Earth” – RCA/Sony&Bmg

Quando mi sono presentato alla cassa del discount (attenzione, ho detto discount...) avevo in mano questo cd ed un altro di canzoncine da regalare ad una pupetta di quattro anni. Chissà perché, mentre li osservavo, avevo la sensazione che “Le tagliatelle della Nonna Pina” fosse più eversiva di “Juicebox” già stravisto su emtivì (brutto video fra l’altro). Molti mi scrivono: “Dici sempre le stesse cose...” ed io che sono uno che ci tiene al prestigio, me ne risento, ma adesso come cazzo faccio a non dire che il rock è arrivato ad un punto morto, ascoltando questi strocs, che come tutti gli altri citano ogni meraviglia del rock senza ovviamente toccarne le vette. Questo non è altro che il catalogo PostalMarket del suono degli ultimi trent’anni, dove si può trovare di tutto ed a basso prezzo. Qualche esempio? Gli inevitabili: Ask me anything (Velvet), You only live once (Stones), ma in giro c’è anche zio Iggy. Le sorprese d’artista: Juicebox (non assomiglia, ma E’ Peter Gunn di Mancini, per fortuna non quello dell’Inter), 15 Minutes (Pogues, addirittura...). In più è stato istituito un concorso: chi scoprirà quale merdosa hit da classifica si nasconde all’interno di “Razorblade”, vincerà una settimana a pranzo e a cena a casa di uno del Cacophonico. Iscrivetevi. Comunque non è colpa loro, è il tempo che passa il vero nemico. Chi avrebbe pensato 10 anni fa che le prestazioni di Korn sarebbero diventate l’aria fritta di oggi ed anche noi che incensavamo pochi mesi fa i SOAD, lodandone lo spirito iconoclasta, ci troviamo quanto meno dubbiosi sull’operazione furbetta dei due cd al prezzo (pieno) di due. E’ vero: dico sempre le stesse cose e va a finire che tra qualche mese ascolterò questo cd con un certo piacere. Comunque tra gli scaffali ho visto due magnifiche ristampe dei Fairport Convention, quasi quasi torno indietro e......
"da Cacofonico - 02/06"

WHITE STRIPES “Get behind me Satan” – XL/ Self

I Cacofonici, nonostante la calura, mi chiedono uno sforzo ulteriore ed ecco allora che…. sssiore e ssiori vi proporremo un numero mai tentato prima! Recensiremo quest’album senza averlo mai ascoltato!!!! (In verità lo fanno in parecchi, poi gente come Luzzato Fegiz che ascolti un disco oppure no, capisce uguale) Dalla copertina già si può intuire che questo duo (vai con il tormentone: marito e moglie? Fratello e sorella? Cugini da parte di madre? Schiava e padrone? Casalinga ed idraulico? Ma a chi cazzo possono interessare queste storielle?) è ad un svolta che segue quella del disco precedente ed a forza di svoltare sono sempre lì allo stesso punto. I tredici brani non presentano grandissime novità ed il suono resta a metà strada fra il folk urbano, che molti definiscono stiloso e chincaglierie blues alla Beck che mandano in brodo di giuggiole gli “alternativi”. Un disco ruffiano che sta con un piede nel mainstream e l’altro nell’indipendenza (non la Guerra interpretata guarda caso dal buon Jack White attore), ma può piacicchiare e di più alla musica di oggi è difficile chiedere, soprattutto da stelline dell’indie come queste, che non saranno mai capaci di scaldare veramente il cuore.
"da Cacofonico 08/05"