BATTLES “Mirrored” - Warp /// YOUNG GODS “Super Ready/Fragmentè” - PIAS

Parliamo di questi dischi, anche se sono usciti da un po’ di tempo giusto per farci una domanda affatto semplice: qual’è il suono del nostro tempo? Molti indicheranno i Battles, anche solo per il fatto che ci troviamo di fronte ad un gruppo contemporaneo. In più questa evoluzione del cosiddetto “math-rock” è molto a la pàge, arriva tramite l’etichetta giusta ed è benedetta dalla madre di tutte le recenti avanguardie: la Knitting Factory. Quando però vai a sollevare il velo ecco che saltano fuori ex-Helmet, Tomahawk ed uno che di cognome, non a caso fa Braxton. Un suono nuovo quindi che ha radici lontane. Se poi prendiamo in considerazione l’ensemble svizzero andiamo ancora più indietro e se si può affermare che la loro classica ricetta industrial è un po’ datata, dobbiamo ricordarci che questi anni fa se la giocavano con i Ministry. Ascendenze nobili a parte, si torna alla domanda iniziale: qual è il suono del nostro tempo? Le geometrie, forse un po’ troppo studiate a tavolino, dei Battles dove vengono analizzate chirurgicamente le nevrosi vertiginosi del vivere contemporaneo o le deviazioni libidinose degli Young Gods, dove ci si immerge nella cupa tensione di un futuro sconosciuto? Solo dopo che molte lune saranno passate potremo avere una risposta. In questi mesi ad esempio mi sono riascoltato l’opera omnia di Frank Zappa e devo dire amaramente che poche cose han retto al tempo; gli YG sono già sulla strada del declino è vero, ma cosa ne sarà dei Battles, soprattutto se finiranno in un labirinto di fusion no-wave?
"da Cacofonico nr. 44 - 09/07"

Dischi per l’estate

Come orientarsi nel pieno della calura per avere ristoro musicale? Quale cd portarsi in vacanza anche se ormai ci sono rimasti solo i soldi per un weekend a casa di nostra zia? Ma soprattutto: dove trovare un cd un po’ fuori delle righe, per non morire di noia e di ottuso rincoglionimento radiofonico? Facciamo un po’ d’ordine: innanzitutto salutiamo il ritorno dei Buffalo Tom, una compagine che stranamente non ha conosciuto la notorietà sebbene la sua classe sia pari se non superiore ad altre band americane del periodo grunge molto più “spinte” dalla critica. Il loro “Three easy pieces” è un lavoro sorprendente per freschezza ed ispirazione, come se gli anni non fossero passati. A proposito di sopravvalutazione ecco gli Smashing Pumpkins anche loro sulla strada del ritorno. Corgan torna nel gruppo, ma in verità si tratta di un altro lavoro solista. Restando in America, ma cambiando genere e generazione, ecco gli Interpol gemelli new-wave degli Editors. Alcuni critici li hanno trattati con freddezza, ovviamente non credetegli, il disco è eccellente, solo che hanno sbagliato singolo, perché è “Rest my chemistry” ad essere esplosiva. Muovendosi verso Chicago troviamo gli Shellac di Steve Albini che godendo di una libertà e di una considerazione esagerata, spesso confondono la sperimentazione con il cazzeggio. Passando ai pesi massimi dei dance-floor ecco gli UNKLE alle prese con un lavoro profondamente virato al rock, pieno di brani intensi, ma come sempre con gruppi come questi il problema è reggere l’intera durata del cd. Se vogliamo possiamo confrontarlo con l’album uscito da qualche tempo dei Chemical Brothers non troppo riuscito, anche perché i nostri si perdono in divagazioni kraut, mentre funzionano soprattutto quando spingono fino in fondo il pedale del ritmo. Se proprio volete perdervi in stranezze e chincaglierie varie non mollate il nuovo degli Architecture in Helsinki, ma soprattutto ricordatevi di non uscire nelle ore più calde.
Buona estate a tutti.
"da Cacofonico nr.43 - 08/07"

EDITORS “An end as a start” – Kitchenware Record

Sono innovativi gli Editors? No Sono eccessivamente retorici? Sì. …e allora perché ascoltarli, perché addirittura considerarli fra i migliori gruppi del mondo? Questo disco risponde e spazza via ogni dubbio a riguardo: è un’epoca questa dove la retorica è la risposta giusta ai guasti della cosiddetta società. Finite le ideologie, risvegliati dai sogni di tutte le utopie sognabili, esclusi dalla tavola troppo piccola del benessere materiale ed avvelenati dai nuovi profeti assolutisti di tutte le religioni, non resta a tutti noi che aggredire la vita con il pathos di chi crede che ancora un bacio, uno sguardo, una parola, possa cambiarla. Per anni tutto ciò era stato accantonato, deriso, considerata spazzatura per perdenti, ma se la gente corre nelle braccia di gruppi come questo o degli Interpol, fino ai Coldplay (artisti piuttosto diversi fra loro in ogni caso…) evidentemente sente la necessità di appoggiare la testa su un cuscino e versare lacrime, per poi alzarsi, aprire la finestra e sorridere guardando il sole, alla faccia di tutti gli analisti finanziari, degli intossicati delle firme e dei coolness-addicted. Perché almeno una volta nella nostra vita siamo stati patetici come coloro che fumano fuori dalle porte degli ospedali, come cita la title-track. Ringraziamo la Kitchenware che ha scoperto gli Editors, così come più di vent’anni fa fece con gli immensi Prefab Sprout altra band da non dimenticare MAI. Dieci canzoni meravigliose da ascoltare stravolti dal sudore estivo.
"da Cacofonico nr. 42 - 07/07"

WEATHER REPORT “Live in Montreux” - DVD

Ecco questo dvd... ecchecazzo ce ne facciamo di un dvd? ...si lo so in questo spazio parliamo di novità; perfetto: c’è l’ultimo di Bjork, carino, poi i Neurosis, sempre micidiali, i NIN meno fumettosi del solito ma... scusatemi ancora, io sono stato rapito dalle immagini di questo disco-versatile. Per i più giovani: dovete sapere che tanti anni fa non esistevano i novecentonovantanove canali di “scai”, ma solo mammaRai ( e vai ancora con la rima: sono un poeta...) più Capodistria e la Tv della Svizzera Italiana. Ecco proprio su quest’ultima, l’unica che trasmettesse programmi musicali decenti, capitò di vedere l’esibizione dei WR in oggetto. Per certi versi fu una catastrofe perché molti musicisti appesero gli strumenti al chiodo, altri purtroppo pensarono di poterne emulare le gesta, producendo in seguito dell’orrida e finocchiesca fusion. Qui invece c’è proprio l’immaginazione al potere: la migliore formazione avuta dal miglior gruppo jazz-rock mai ascoltato. Uno straordinario concentrato già yes-global ancor prima che se ne accennasse, perché oltre ai due motori della band, già così antitetici, l’asburgico Zawinul e l’afroamericano Shorter, era presente la divinità Pastorius al basso ed alle percussioni i latinos Acuna e Badrena. Toglietevi dalla testa qualsiasi considerazione: non ce n’è per nessuno e tutt’oggi si resta senza fiato. Chiunque si sia cimentato su questo campo non ha mai raggiunto quest’equilibrio ed è incredibile sentire a distanza di anni una musica così ricca che sconvolge la mente e scalda il cuore.
"da Cacofonico nr. 41 - 06/07"

PATTI SMITH “Twelve” - Columbia

Questo disco volevano intitolarlo: “2007: Odissea nell’Ospizio” e ne avevano ben donde, visto i sessantanni di questa rochettara e le cover che si è andata a scegliere. Diciamo la verità: io sarò pure un signore di mezza età, ma ormai se le riviste specializzate dedicano più pagine alle ristampe che alle novità (notare la rima baciata...) e sempre più spesso ci troviamo a parlare di album di rifacimenti e non intesi come lifting. Qui si osa l’inosabile e più che da rompersi le palle c’è da farsi spezzare il cuore. Un album che contenga “Are you experienced?”, “Helpless” e “Gimme Shelter” fra le tante canzoni fa venire i brividi. Chi pensa però che la nonnina new-wave si sia fatta il suo geriatrico karaoke personale si sbaglia. Questo è un autentico atto di amore verso il rock fatto senza sbavature e la lacrima facile non scorre affatto, soprattutto per il coraggio mostrato (riproporre “White rabbit” non è per niente facile), l’intelligenza nello scegliere i brani, classici sì, ma non così inflazionati e la misura negli arrangiamenti che vedono una “Teen spirit” folkeggiante ed il brano di Stevie Wonder (ma i più ricorderanno il rap di Coolio) trasformato in un miracolo minimalista. Sarebbe da far studiare a scuola, se solo ce ne fosse una in giro, anche perché qui la cosa che emerge su tutte è la straordinaria voglia di divertimento. Non ci credete? Mettete su “Soul kitchen” e se siete capaci di stare fermi, complimenti: vuol dire che siete morti.
"da Cacofonico nr. 40 - 05/07"

TINARIWEN – Aman Iman: Water is life – Ponderosa/Independiente

Per questa volta ci accodiamo ai giornali “importanti” e parliamo di questo ensemble non più giovanissimo, ma importante nello scacchiere sonoro del nostro pianeta. Non sono mai stato molto sensibile alla causa della word-music, né mai ho ceduto al ricatto morale che, discendendo noi da colonizzatori, dobbiamo attenzione a musiche e tradizioni del terzo mondo. Prestando però attenzione alle novità ed a tutti gli incroci in cui i generi musicali si trovano ad attraversare, non potevo ignorare i Tinariwen. Qui di musica etnica per fortuna ce n’é poca, cioè c’è poco di quel genere intellettual-turistico che manda in brodo di giuggiole le professoresse di lettere progressiste e divorziate. Questo disco è il risultato di un’esperienza lunghissima ed il pur grande Khaled è lontano, perché il primo nome che viene in mente ascoltandolo è quello dei Velvet Underground, probabilmente la band più metropolitana della storia. Il suono scarno ed ipnotico affascina immediatamente e ci si trova velocemente all’interno di una psichedelia pulita, fatta di gente,storie e volti e non di sballi intellettuali e disarmonici. Oltretutto qui ci troviamo di fronte ad un suono che parte da una sensazione antica, qualcosa di puro proveniente da un mondo dove tutto deve ancora succedere. L'acqua è vita: semplice e fondamentale.
"da Cacofonico nr. 39 -04/07"

GIARDINI DI MIRO’ “Dividing opinions” - Homesleep

Abbiamo sempre tirato volentieri merda contro le band italiane, ma questa volta siamo contenti di segnalare un lavoro che veramente non ha nulla di italiano (inteso nel senso più deleterio/musicale del termine). I GDM con un nome così tragicamente brutto sono in giro da un pezzo, ma non avevano mai raggiunto le vette di “Dividing opinions”. Non c’è nulla che non funzioni in questo disco, dalle parti ritmiche a agli arpeggi chitarristici, fino agli interventi degli archi e da una serie di idee già usate da altri (ma in fondo, a parte Omero ed Eschilo chi non è derivativo?) approdano a soluzioni melodiche sorprendenti. Si possono avvicinare agli inarrivabili My Bloody Valentine, anche se non è presente la stessa confusione psichica a favori di sprazzi di romanticismo che a volte li fa transitare sulle strade dei God Machine. Sorprende che certa critica non si sia esaltata più di tanto per un disco che si può definire perfetto, mentre è capace di scaldarsi oltremisura per i “Fratellis”. Fossi in loro punterei soprattutto sull’estero, anche perché se questo è un periodo dove giganteggiare è facile, loro sarebbero stati bravi anche in momenti di maggiore fertilità del mondo musicale ed i GDM potrebbero essere tranquillamente in testa alle classifiche britanniche dove vanno spesso band inutili. Un’ultima considerazione sul magnifico packaging del cd, perché proprio in questo periodo di scontri e santificazione rapide, capire da quale fonte nasce il fiume dell’odio è importante; così i morti di Reggio Emilia restando per sempre impressi nella nostra memoria, non saranno stati ammazzati invano. Il massimo dei voti dunque per una band che se non si “suicida” ha davanti a sé un futuro veramente radioso.

"da Cacofonico nr. 38 - 03/07"

CARLA BRUNI “No promises” - Naive

Non credo che il “fenomeno” Carla Bruni sia stato valutato nella giusta dimensione. In un ambiente mediatico e culturale dove il nulla regna sovrano, far passare sotto silenzio una che fa parlare di sé sia sulle pagine di Vogue che su quelle di Rumore, può essere indice di snobismo elevato al cubo, oppure semplicemente invidia. Tutti erano lì per farsi due risate alle spalle della ricca top-model che imbraccia la chitarra, come era già successo con la sua collega Naomi (che detto fra noi ha inciso un disco assai più piacevole delle merdate di Anastacia) ma il risultato aveva stupito tutti (non me ovviamente...) Ora siamo al secondo album e Carlotta riesce già a spiazzare il pubblico passando dal francese all’inglese, in più, astutamente, non essendo una cantante in senso stretto, evita i vocalizzi inutili, per un tono sussurrato e usa come testi poesie di autori importanti, in questo ispirata da M. Faithfull (dico: mica la Tatangelo...). Tutto questo, associato ad una qualità musicale elevata, che unisce ballate folk a guizzi loureediani, da’ la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro dal sapore antico, quando il pop ci prendeva per mano e ci accompagnava in case piene di stanze sconosciute, ma accoglienti, popolate da persone gentili ed indimenticabili. Ha già il suo stile Carlotta, come ai tempi in cui cavalcava le passerelle; ha già il suo marchio di fabbrica e, credetemi, non è poco. Il suo cosmopolitismo non è spocchia, l’equilibrio è l’elemento fondante del suo stile, perché l’armonia oggi è la vera trasgressione. Carla Bruni non si sente superiore, Carla Bruni è superiore.
"da Cacofonico nr. 37 - 02/07"

PERE UBU “Why I hate women” – Glitterhouse Records

Il titolo, molto “politicolli scorrect”, c’entra poco, o meglio è solo fumo negli occhi. La vera abrasione al sistema nervoso arriva dai suoni. Anni fa un geniale recensore, prendendo in prestito un tormentone pubblicitario disse: “Contro il logorio della vita moderna Cynar, a favore i Pere Ubu”. Oggi, che quasi tutto il mondo è una Akron intossicata, che i serial-killer si sono sparsi ovunque e che la sporcaguerra stile Vietnam non è più una prerogativa americana, abbiamo una se non mille ragioni in più per prestare attenzione al lavoro di David Thomas e soci. Certamente più sottili ed a tratti più lirici dei devastatori di tanti anni fa, con questo disco realizzano una capolavoro di concretezza e mentre i ventenni oggi esordiscono con saltarelli new-wave, infilando un singolo uguale all’altro, i nostri il post-punk se lo mettono alle spalle. I Pere Ubu, forti forse della loro formidabile carriera, inanellano una serie di brani sorprendenti, per un album completo, come si usava negli anni d’oro, nemmeno fossero dei Pink Floyd al tallio, anche se il nome che viene in mente molto spesso è quello dei coevi Tuxedomoon. Un ascolto che riconcilia con la musica rock, ma siamo sempre alle solite: per emozionarci dobbiamo andare a prendere i veterani.
"da Cacofonico nr. 36 -01/07"

CECILIA CHAILLY “Alone” – EMI Classics

LAURA PAUSINI “Io canto” - Atlantic
CLAUDIO BAGLIONI “Quelli degli altri tutti qui” – Columbia

Non lo fare! Non lo fare! Non lo... l’ha fatto... Ecco, diranno molti, Tragic è cascato nella pozza di letame della canzonetta nazional-popolare. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: dietro Mina e Liza, la Pausini è la migliore cantante del mondo e non c’è cazzo di uitniiuston che tenga, ma il suo repertorio è da denuncia penale. Oggi, in odore di Natale, quando tutti, dagli U2 all’orchestra Ruspa, hanno il loro greatest hits, sia lei che il divino Claudio escono con un album di cover. Si sa: si fanno queste operazioni quando si è a corto di idee, ma a volte il risultato può essere interessante. Questi due però, come tutti in Italia, rischiano zero e vanno su un repertorio da piano-bar e non si capisce perché star di questo calibro, che avrebbero la top-ten in mano anche se si presentassero con la registrazione live di una gara di rutti, non vadano a pescare brani insoliti o perle rare della nostra musica, anche per donarle alla loro pubblico di bocca buona. In più mentre Baglioni sceglie comunque l’alto profilo con firme quali Bindi e Tenco, Lauretta si va ad impantanare in brani per lo più dozzinali o comunque migliori nella versione originale. Dopo il fetore pseudosanremese si può respirare aria fresca e pulita ascoltando il lavoro della Chailly. Un disco finalmente di non facile ascolto (come se tutto debba essere facile questo mondo, dalla scuola senza bocciature, alla serie A senza la Juve...) ma intenso e prezioso, come può dare solo un’artista prodigio che ha fatto tutta da sola (lieve comparsata di Ludovico Einaudi) e che viene da un percorso artistico che non ha eguali visto che ha lavorato con John Cage, fino a De Andrè passando per Bocelli (vabbé nessuno è perfetto...). Se volete un po’ di caviale e ostriche per le feste e non il solito piatto di lenticchie, sapete cosa fare....
"da Cacofonico nr. 35 - 12/06"