GIARDINI DI MIRO’ “Dividing opinions” - Homesleep

Abbiamo sempre tirato volentieri merda contro le band italiane, ma questa volta siamo contenti di segnalare un lavoro che veramente non ha nulla di italiano (inteso nel senso più deleterio/musicale del termine). I GDM con un nome così tragicamente brutto sono in giro da un pezzo, ma non avevano mai raggiunto le vette di “Dividing opinions”. Non c’è nulla che non funzioni in questo disco, dalle parti ritmiche a agli arpeggi chitarristici, fino agli interventi degli archi e da una serie di idee già usate da altri (ma in fondo, a parte Omero ed Eschilo chi non è derivativo?) approdano a soluzioni melodiche sorprendenti. Si possono avvicinare agli inarrivabili My Bloody Valentine, anche se non è presente la stessa confusione psichica a favori di sprazzi di romanticismo che a volte li fa transitare sulle strade dei God Machine. Sorprende che certa critica non si sia esaltata più di tanto per un disco che si può definire perfetto, mentre è capace di scaldarsi oltremisura per i “Fratellis”. Fossi in loro punterei soprattutto sull’estero, anche perché se questo è un periodo dove giganteggiare è facile, loro sarebbero stati bravi anche in momenti di maggiore fertilità del mondo musicale ed i GDM potrebbero essere tranquillamente in testa alle classifiche britanniche dove vanno spesso band inutili. Un’ultima considerazione sul magnifico packaging del cd, perché proprio in questo periodo di scontri e santificazione rapide, capire da quale fonte nasce il fiume dell’odio è importante; così i morti di Reggio Emilia restando per sempre impressi nella nostra memoria, non saranno stati ammazzati invano. Il massimo dei voti dunque per una band che se non si “suicida” ha davanti a sé un futuro veramente radioso.

"da Cacofonico nr. 38 - 03/07"

CARLA BRUNI “No promises” - Naive

Non credo che il “fenomeno” Carla Bruni sia stato valutato nella giusta dimensione. In un ambiente mediatico e culturale dove il nulla regna sovrano, far passare sotto silenzio una che fa parlare di sé sia sulle pagine di Vogue che su quelle di Rumore, può essere indice di snobismo elevato al cubo, oppure semplicemente invidia. Tutti erano lì per farsi due risate alle spalle della ricca top-model che imbraccia la chitarra, come era già successo con la sua collega Naomi (che detto fra noi ha inciso un disco assai più piacevole delle merdate di Anastacia) ma il risultato aveva stupito tutti (non me ovviamente...) Ora siamo al secondo album e Carlotta riesce già a spiazzare il pubblico passando dal francese all’inglese, in più, astutamente, non essendo una cantante in senso stretto, evita i vocalizzi inutili, per un tono sussurrato e usa come testi poesie di autori importanti, in questo ispirata da M. Faithfull (dico: mica la Tatangelo...). Tutto questo, associato ad una qualità musicale elevata, che unisce ballate folk a guizzi loureediani, da’ la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro dal sapore antico, quando il pop ci prendeva per mano e ci accompagnava in case piene di stanze sconosciute, ma accoglienti, popolate da persone gentili ed indimenticabili. Ha già il suo stile Carlotta, come ai tempi in cui cavalcava le passerelle; ha già il suo marchio di fabbrica e, credetemi, non è poco. Il suo cosmopolitismo non è spocchia, l’equilibrio è l’elemento fondante del suo stile, perché l’armonia oggi è la vera trasgressione. Carla Bruni non si sente superiore, Carla Bruni è superiore.
"da Cacofonico nr. 37 - 02/07"

PERE UBU “Why I hate women” – Glitterhouse Records

Il titolo, molto “politicolli scorrect”, c’entra poco, o meglio è solo fumo negli occhi. La vera abrasione al sistema nervoso arriva dai suoni. Anni fa un geniale recensore, prendendo in prestito un tormentone pubblicitario disse: “Contro il logorio della vita moderna Cynar, a favore i Pere Ubu”. Oggi, che quasi tutto il mondo è una Akron intossicata, che i serial-killer si sono sparsi ovunque e che la sporcaguerra stile Vietnam non è più una prerogativa americana, abbiamo una se non mille ragioni in più per prestare attenzione al lavoro di David Thomas e soci. Certamente più sottili ed a tratti più lirici dei devastatori di tanti anni fa, con questo disco realizzano una capolavoro di concretezza e mentre i ventenni oggi esordiscono con saltarelli new-wave, infilando un singolo uguale all’altro, i nostri il post-punk se lo mettono alle spalle. I Pere Ubu, forti forse della loro formidabile carriera, inanellano una serie di brani sorprendenti, per un album completo, come si usava negli anni d’oro, nemmeno fossero dei Pink Floyd al tallio, anche se il nome che viene in mente molto spesso è quello dei coevi Tuxedomoon. Un ascolto che riconcilia con la musica rock, ma siamo sempre alle solite: per emozionarci dobbiamo andare a prendere i veterani.
"da Cacofonico nr. 36 -01/07"

CECILIA CHAILLY “Alone” – EMI Classics

LAURA PAUSINI “Io canto” - Atlantic
CLAUDIO BAGLIONI “Quelli degli altri tutti qui” – Columbia

Non lo fare! Non lo fare! Non lo... l’ha fatto... Ecco, diranno molti, Tragic è cascato nella pozza di letame della canzonetta nazional-popolare. Sgombriamo il campo da ogni equivoco: dietro Mina e Liza, la Pausini è la migliore cantante del mondo e non c’è cazzo di uitniiuston che tenga, ma il suo repertorio è da denuncia penale. Oggi, in odore di Natale, quando tutti, dagli U2 all’orchestra Ruspa, hanno il loro greatest hits, sia lei che il divino Claudio escono con un album di cover. Si sa: si fanno queste operazioni quando si è a corto di idee, ma a volte il risultato può essere interessante. Questi due però, come tutti in Italia, rischiano zero e vanno su un repertorio da piano-bar e non si capisce perché star di questo calibro, che avrebbero la top-ten in mano anche se si presentassero con la registrazione live di una gara di rutti, non vadano a pescare brani insoliti o perle rare della nostra musica, anche per donarle alla loro pubblico di bocca buona. In più mentre Baglioni sceglie comunque l’alto profilo con firme quali Bindi e Tenco, Lauretta si va ad impantanare in brani per lo più dozzinali o comunque migliori nella versione originale. Dopo il fetore pseudosanremese si può respirare aria fresca e pulita ascoltando il lavoro della Chailly. Un disco finalmente di non facile ascolto (come se tutto debba essere facile questo mondo, dalla scuola senza bocciature, alla serie A senza la Juve...) ma intenso e prezioso, come può dare solo un’artista prodigio che ha fatto tutta da sola (lieve comparsata di Ludovico Einaudi) e che viene da un percorso artistico che non ha eguali visto che ha lavorato con John Cage, fino a De Andrè passando per Bocelli (vabbé nessuno è perfetto...). Se volete un po’ di caviale e ostriche per le feste e non il solito piatto di lenticchie, sapete cosa fare....
"da Cacofonico nr. 35 - 12/06"

BOB DYLAN “Modern times” – Columbia/Sony Bmg

Salve! Sono ET3, l’amico extraterrestre di Tragic O’Hara. Essendo lui ancora impegnato in Lapponia, mi ha pregato di occuparmi io di questa simpatica rubrichetta. Dovete scusarmi se non sono informato come lui, ma sono stato via un bel po’ di tempo in un lungo viaggio siderale iniziato nel vostro 1996. Vedo che al governo c’è sempre Prodi, quindi deduco che gli anni-luce non sono più quelli di una volta. Ho scelto il disco di questo giovane cantautore quasi esordiente, perché sa dosare alla perfezione il suono della modernità con quello della tradizione. E’ molto piacevole ascoltare questo perfetto equilibrio tra rock, folk e blues che solo le nuove generazioni, innervando il movimento new-acoustic di magnetismo elettrico, riescono ad ottenere e.... cosa? Dylan è al trentaduesimo album in studio!? E’ nato nel 1941??? Oh, cazzo! Comunque... non c’è problema, tanto la musica migliore degli ultimi mesi è ad appannaggio degli esordienti: Tom Verlaine, Prince, Neil Young, Sonic Youth, Audioslave, Pere Ubu, Thom Yorke, Church, New York Dolls, Voivod, Killing Joke......
"da Cacofonico nr. 34 - 11/06"

GGIOVANI: RAZZA IN VIA D'ESTINZIONE

La voce è autorevole: nientemeno che il Goebbels di MTV Italia, Antonio Campo Dall’Orto (con un cognome così finirà per fare il presidente della Juventus...) il quale, piuttosto preoccupato, ci informa che negli ultimi dieci anni i “giovani” sono calati di due milioni. Se qualcuno si chiedesse cosa intende lui per giovani, la risposta è presto detta: i consumatori che vanno dai 16 ai 35 anni. La conferma arriva da un altro consesso di intellettuali: il Festivalbar, dove il Salvetti junior, non certo geniale come il padre che intuì prima le potenzialità dei juke-box, poi quelle delle tv, ma che arrischiò anche artisti dal vivo come Lou Reed in un momento inconcepibile, confessa che ormai la formula della garetta nelle piazze non funziona più ed i ragazzi si stanno allontanando. Che succede allora? I “ggiovani” stanno veramente scomparendo, oppure si sono rotti le palle delle solite cose? Certo è che da noi la gerontocrazia (riportatemi Demetrio vi prego... no, non Albertini!) è in gran spolvero e gli under 40 si distinguono solo per essere casomai “figli di”, mentre all’estero va diversamente e se pensiamo che in paesi come l’Iran le persone sotto i 30 anni sono il 70%, possiamo immaginarci lo scenario del prossimo futuro. Che fare allora della “sms generation”, quella che, tanto per sparare qualche luogo comune, si inebetisce davanti alla PS, comunica solo a mezzo chat e sogna unicamente una partecipazione al GF? La chiudiamo definitivamente in casa con tutti i suoi gadget e saltiamo alla successiva che si annuncia assai più combattiva o porgiamo loro una mano e cerchiamo di salvarla? Allora iniziamo a darle un futuro, casomai un lavoro non sottopagato e duraturo, una letteratura più interessante, un cinema spettacolare ma non autistico, una musica passionale e non derivativa. Qualcuno però obietterà: “ma il progresso? Quello non lo consideri?” ...certo una volta una ragazza che voleva ottenere un lavoro doveva andare a letto con il capo, ora offre il suo corpo mettendo un annuncio su internet; eccotelo il progresso! Eppure, cara “generazione-mille euro”, come si dice in “Brian di Nazareth” “chi affoga nella merda, la pazienza mai non perda” e guardate Buffon (bella forza: miliardi a parte, ogni sera che torna a casa trova la Seredova!) dice di trovarsi a meraviglia in serie B, perché si era stufato di vedere sempre San Siro o il Bernabeu ed ora può finalmente rimirare le meraviglie di Frosinone e realizzare il sogno di solcare il prato dello stadio dell’Albinoleffe. Quindi carissimi “gggiovani” se non volete diventare una specie rara come il canguro albino, lasciate perdere Mtv e tornando ai Monty Python ricordatevi della canzocina che dice “Look at the bright side of life”.
"da Cacofonico nr. 33 - 10/06"

GORNI KRAMER “The smile of swing” – Via Asiago 10/Twilight

Ci sono stati giorni gloriosi per la musica italiana, giorni coraggiosi in cui qualcuno cercava di opporsi al cancromelodismo imperante che ci ha portato fino al Minghi dei nostri tempi. Kramer, che è sconosciuto ai più, tentò di svecchiare il sound ancorato al melodramma, ma fu irriso, ecco che ascoltarlo oggi gli rende oltretutto giustizia. In Italia siamo capaci di riuscire scavare una volta toccato il fondo, così se si pensava che gli Stadio fossero i peggiori della giostra, ecco che sono arrivati i Subsonica e poi giù fino a Tiziano Ferro, il punto più basso raggiunto (fino ad ora) dalla musica nostrana. Il vecchio Gorni aveva stile, anche fisicamente e le sue composizioni erano assai piacevoli, è bello scoprirle proprio in un periodo in cui nel settore swing furoreggia un cantante da villaggio turistico come Michael Bublè. Si sa che il “facile ascolto” non è affatto facile da realizzare ed oggi come oggi solo Raf in Italia riesce a creare dei piccoli classici, ma tanti anni fa esisteva una fucina di talenti (ricordiamo l’immenso Quartetto Cetra) che innovava la tradizione senza tradirla. Ricordarlo fa bene alla mente oltre che alle orecchie.
"da Cacofonico nr. 33 - 10/06"

MUSE “Black holes and revelations” - Warner

Se qualcosa di positivo si può dire sui Muse è che non hanno mai sofferto del famoso complesso di Lionello Manfredonia. Come si sa il buon Lionello era giocatore di ottima fattura, ma disgraziatamente davanti a sè si è trovato Scirea che gli ha chiuso ogni spazio verso la gloria eterna del pallone. Stesso problema per Bellamy e soci che hanno incrociato i ferri per la “hall of fame” con gli inarrivabili Coldplay. Questo però non ha intaccato la loro idea di rock e questo nuovo album lo conferma. Come tutte le band degli ultimi tempi sono figli spuri della new-wave, ma il loro gusto per un certo tipo di retorica del rock, li ha fatti approdare su lidi progressive. In verità sono questioni che affascinano i critici più rincoglioniti (li hanno avvicinati anche ai Queen, fossi nei Muse farei partire una denuncia per diffamazione...) i loro fans, in costante aumento, si accontentano di questo lavoro, che certo non rivoluziona il rock e dei loro concerti, un tantino ipercalorici. Vogliono fare le star, ma poi tengono un basso profilo, non per niente Chris Martin si è preso una diva di Hollywood, Bellamy invece una ragazza italiana, meno glamour, ma forse scopa meglio... parla di questo “buchi neri e rivelazioni”?
"da Cacofonico nr. 32 - 08/06"

AA.VV. “Monsieur Gainsbourg revisited” - Universal

E’ un gran momento per la cultura pop francese e dopo l’indecente film-tv su Dalida, ecco un disco tributo al Signor “Jetemuanonplù”. Come tutti i dischi “hommage” (visto che siamo in Francia) va a corrente alternata, ma è un ascolto piacevole. Checché se ne dica Gainsbourg non era un genio, ma dalle nostre parti, dove impazzano tecnocrati ottusi e bigotti, la bizzarria viene sempre presa per acutezza, così ogni tanto ci troviamo di fronte a sproloqui critici che inneggiano al fegato spappolato od ai polmoni bruciati di Monsieur. Tra l’altro uno dei suoi grandi difetti è proprio quello di essere francese, lingua ostica per il rock, perché par sempre di ascoltare qualcuno che canta con una brioche integrale al miele in bocca. Ottima dunque la scelta di eseguire le cover in inglese, anche perché di transalpini ce ne sono pochini. Come dicevo prima le canzoni sono carine, ma non speciali, gli arrangiamenti invece per la maggior parte dei casi raggiungono ottimi livelli. Apre le danze Jane Birkin con i Franz Ferdinand (in forma migliore che sull’ultimo album) e chiude Carla Bruni in punta di piedi, a metà una stratosferica Faithfull con Sly&Robbie, gran glamour dunque e per il resto si può ben dire che: “c’è tutto un mondo intorno” (Tricky, Stipe, Placebo etc.).
"da Cacofonico nr. 31 - 07/06"

RED HOT CHILI PEPPER “Stadium arcadium” – WB

PEARL JAM “Pearl Jam” – J Records/Sony
TOOL “10.000 days” – Volcano

A parte la follia commerciale di far uscire tre calibri del genere nel giro di una settimana, questi tre dischi ci fanno meditare su altro e vanno ben oltre il loro contenuto musicale. Se questo terzetto si fosse presentato 10 anni fa, avremmo gridato al miracolo, alla salvezza del rock, alla sua eternità. Oggi invece un’ombra di tristezza ci offusca la vista. Dal punto di vista musicale nulla da dire anzi: RHCP hanno ritrovato una vena creativa esaltante, testimoniata dall’alta qualità dei 28 (ventotto!) brani del disco, la band di Vedder e soci, suona sporca ed in certi momenti punk come non aveva quasi mai fatto ed i Tool sono sempre i più fedeli testimoni del lato più oscuro della nostra società. E’ lo spirito ad essere cambiato e non solo per la rivoluzione di internet o per l’11/09/01, qualcuno prova a ricreare la magia del tempo che fu, ma se questa magia non interessa a nessuno che farsene? Se si osserva bene il video di “Dani California” vediamo che il susseguirsi delle rivoluzioni si ferma agli anni 90 con la citazione dell’unplugged dei Nirvana. A noi fa un po’ schifo, mentre Kurt lassù se la ride e perché? Oggi in cima alla lista dei desideri dei giovani occidentali c’è solo il posto fisso, mentre i loro coetanei mediorentali si fanno saltare per aria in nome di un concetto di religione che non esiste, ma spopola nel deserto della fame e dell’ignoranza; e noi da dove ce la tiriamo fuori una nuova rivoluzione? Ecco perché se la ride Kurt lassù... lui è titolare inamovibile nella nazionale dei miti, mentre i suoi vecchi compagni quaggiù, seppur bravissimi, sono soltanto i reduci di una guerra irrimediabilmente persa.
"da Cacofonico nr. 30 - 06/06