THE STROKES “First Impression of Earth” – RCA/Sony&Bmg

Quando mi sono presentato alla cassa del discount (attenzione, ho detto discount...) avevo in mano questo cd ed un altro di canzoncine da regalare ad una pupetta di quattro anni. Chissà perché, mentre li osservavo, avevo la sensazione che “Le tagliatelle della Nonna Pina” fosse più eversiva di “Juicebox” già stravisto su emtivì (brutto video fra l’altro). Molti mi scrivono: “Dici sempre le stesse cose...” ed io che sono uno che ci tiene al prestigio, me ne risento, ma adesso come cazzo faccio a non dire che il rock è arrivato ad un punto morto, ascoltando questi strocs, che come tutti gli altri citano ogni meraviglia del rock senza ovviamente toccarne le vette. Questo non è altro che il catalogo PostalMarket del suono degli ultimi trent’anni, dove si può trovare di tutto ed a basso prezzo. Qualche esempio? Gli inevitabili: Ask me anything (Velvet), You only live once (Stones), ma in giro c’è anche zio Iggy. Le sorprese d’artista: Juicebox (non assomiglia, ma E’ Peter Gunn di Mancini, per fortuna non quello dell’Inter), 15 Minutes (Pogues, addirittura...). In più è stato istituito un concorso: chi scoprirà quale merdosa hit da classifica si nasconde all’interno di “Razorblade”, vincerà una settimana a pranzo e a cena a casa di uno del Cacophonico. Iscrivetevi. Comunque non è colpa loro, è il tempo che passa il vero nemico. Chi avrebbe pensato 10 anni fa che le prestazioni di Korn sarebbero diventate l’aria fritta di oggi ed anche noi che incensavamo pochi mesi fa i SOAD, lodandone lo spirito iconoclasta, ci troviamo quanto meno dubbiosi sull’operazione furbetta dei due cd al prezzo (pieno) di due. E’ vero: dico sempre le stesse cose e va a finire che tra qualche mese ascolterò questo cd con un certo piacere. Comunque tra gli scaffali ho visto due magnifiche ristampe dei Fairport Convention, quasi quasi torno indietro e......
"da Cacofonico - 02/06"

M.E.I. COIONI!!!

L’espressione nasce spontanea dopo aver letto i numeri della rassegna faentina. Lungi da noi criticare il lavoro che da anni il mefistofelico Giordano Sangiorgi e l’angelica Roberta Barberini svolgono nell’ambito musicale della Romagna, ma i numeri nella vita non sono tutto. Innanzitutto fare un Meeting di stampo professionale con ambizioni internazionali a Faenza è come fare il Salone della Nautica a Pieve di Cadore, ma anche qui non si può certo criticare chi ha creduto in questa manifestazione e l’ha fatta crescere in un ambiente provinciale e lontano dalle grandi rotte “commerciali”. Il problema non è questa rassegna od un’altra eventuale, più grande ed eventualmente legata ad avvenimenti sinergici (stile Midem per intenderci) ma è proprio la musica ad avere davanti a sé un futuro affatto roseo. Non parlo solo di mercato, affossato dai talent-scout più ignoranti del pianeta, ma proprio della musica come l’abbiamo sempre intesa: un veicolo di emozioni e suggestioni in grado di farci vedere la vita in modo diverso. A chi dovrebbe salvare la vita il r’n’r di oggi? Quale rivoluzione della mente od anche solo dei costumi, dovrebbe suffragare? La risposta non c’è. Basta solo accorgersi che ci sono settori molto più avanti nella ricerca di una risposta. Le arti visive ad esempio e non parlo di cinema, ormai al grado zero anch’esso, sopravvivente solo grazie all’ossigeno velenoso dei remake, quanto piuttosto il design, l’architettura, certi settori della pittura e della fotografia ed anche la moda è più avanti delle chitarre elettriche (cosa che poi è sempre accaduta...). Non sarà dunque il MEI con i suoi venti tavolini dove lasciare i demo, o le quattro tarantelle ascoltate in giro o, peggio ancora i dibattiti, che ritornano ciclicamente sempre sugli stessi argomenti, ad indicarci una rotta, perché in verità non c’è nessun mare da solcare. Una volta le indies nostrane erano un semplice parcheggio per talenti speranzosi di finire al più presto in una major; niente a che vedere con ciò che accadeva all’estero ( e che accade da noi nell’editoria ad esempio) dove il gusto della scoperta era all’ordine del giorno. Oggi i colossi del disco non fanno altro che gonfiare i prezzi dei cd o truffare i giovani beoti con le suonerie per cellulare, la creatività è andata a farsi fottere e il processo è irreversibile. Certo che se il MEI non esistesse la cosa sarebbe ancora più triste; lasciamolo allora a chi crede ancora di poter far sentire la sua voce, ma consideriamo il tutto come una grande sagra paesana e non lo diciamo con disprezzo, ma proprio in nome di quel senso di intimità dei pochi eletti, di massoni del suono lo-fi, consegnando casomai qualche premio in meno (darne tanti non è segno di qualità) ed evitando di calpestare il lordume di personaggi affatto degni della causa (vedi Red Ronnie, i Nomadi e soprattutto Celentano finto spirito libero). In ogni caso auguri per il decennale.
"da Cacofonico 01/06"

ROYKSOPP “The understanding” – Virgin

Un po’ è colpa mia: avrei dovuto parlarvi di questo disco quando è uscito, ma ho tardato ad acquistarlo. Per il resto è colpa del livello generale della musica di questi tempi che mi obbliga a ripescare un lavoro datato, perché il panorama delle novità offre poco o nulla. Mi piace comunque tornare sui Royksopp in quanto uno dei pochi ensemble musicali ad avere un suono moderno. Questo non per la matrice elettronica del loro lavoro, ma perché in grado di rappresentare la tensione della contemporaneità. Li aiuta l’approccio non minimale al suono sintetico, con un’attitudine orchestrale che li porta dai lidi dei mai abbastanza considerati Pet Shop Boys (spernacchiati negli anni passati dagli adoratori del r’n’r sudato) fino ai limiti del progressive ed anche se sembra un’assurdità il sample dei Camel (altra band da riprendere in considerazione) la dice lunga. Musica per lo più spiazzante ed inedita che affonda però le sue radici in suggestioni antiche e che è in grado di aumentare il suo fascino ad ogni ascolto, con quanti altri vi è successo ultimamente (da Vasco ai Korn e da Eros agli Audioslave)?
"da Cacofonico - 01/06"

MAURIZIO POLLINI “Chopin Nocturnes” – Deutsche Grammophone

Già vi sento: “Ecco che Tragic si è rimbambito, la prossima volta ci recensirà Cremonini” oppure “Il solito coglione-snob che vuol far vedere di essere intelligente ascoltando la classica...” Pensate quello che vi pare, ma non è che in giro ci siano grandi capolavori e la musica di Chopin è moderna perché è partito dal folklore polacco per poi sposare i suoni del mondo di allora, in una parabola artistica che può ricordare quella di Dylan e Waits. Dimenticate poi gli smoking e le campionesse di lifting scolpite dalla lacca e strafatte di cipria. Lasciate perdere i lampadari giganteschi e il velluto ammorbante delle poltrone. Pollini è un grande sul serio che ha portato la sua arte dentro le fabbriche ed ha suonato per operai, studenti e contadini. Il suo impegno contro la guerra è partito dal Vietnam ed è arrivato fino all’Iraq dei giorni nostri, facendo saltare le coronarie a più di un nazi-palchettista. Il suo tocco straordinario ci riconcilia con un mondo fatto di armonie non solo musicali ed è l’arma migliore contro tutte le guerre, non solo quelle con i fucili e l’elmetto. Il peggior nemico dei nostri tempi è il cinismo, ascoltando questi Notturni ve lo dimenticherete.
"da Cacofonico - 12/05"

FRANZ FERDINAND “You could have it so much better” – Domino

Perché parlare male di un disco piacevole? Perché no, dirà qualcuno; ma noi più che parlar male del pezzettino tondo di plastica che inseriamo nel lettore, ce la prendiamo con la band. Se in 40 anni siamo passati dai Baronetti agli “sboronetti” nel brit-pop un motivo ci sarà; così dopo i grandi gruppi del passato che innovavano senza accorgersi di nulla, sulla nostra strada abbiamo incrociato band che facevano grandi proclami e piccoli dischi. Prendete i membri di questa band che prende il nome da un imperatore austriaco ed è la meno mitteleuropea del mondo; vanno in giro a dire che l’unica cosa che interessa loro è fare cose diverse dagli altri. Noi siamo disposti a credergli, poi la superhit “Do you want to” non è altro che lo sdoganamento di “Supe-Superman” di Miguel Bosè, “Walk away” è un plagio dei Kraftwerk, nel riff di “What you meant” ci potreste tranquillamente cantare “guida la mia macchina!” senza problemi e “I’m your villain” è praticamente “Miss You” degli Stones. ...e allora? Allora, ascoltatelo (fino in fondo perché, ottimo caso di antimarketing, i brani migliori non sono all’inizio...) canticchiatelo, ballatelo e vi divertirete sicuramente, ma se volevate un disco non beatlesiano, con ritmiche stonesiane e spruzzate velvettiane, lasciate stare questo disco e recuperate quello degli House of Love di qualche mese fa, loro sì degli innovatori.
"da Cacofonico - 11/05"

LIGABUE “Nomi e cognomi” - WB

Ligabue, ovverossia la SuperValutazione dell’usato. E sebbene si tratti di usato sicuro, (sicuro nel senso che questo disco venderà sicuramente, mi augurerei non fosse così, ma è più facile credere in una diminuzione del prezzo della benzina) possiamo essere certi che parole come hip-hop, post-rock, grunge od altre che hanno fatto avanzare in qualche modo la storia della musica, siano a lui del tutto sconosciute. Qui siamo all’età della pietra del rock, dove, come in tutti gli altri album, si alternano il classico “pezzotirato” e la “ballataintimista” per un totale di undici brani assolutamente uniformi, con testi infarciti di frasi fatte. Il Luciano più magro della musica retorica emiliana non rischia nulla e si mostrerà come sempre vincente (ed è strano per un interista...), nonostante qualche giorno fa abbia trascinato duecentomila persone davanti ad una radiolina. Non è un genio, ma lui lo sa e per questo il primo brano attacca come il più famoso dei Nirvana ed il secondo ha un giro “gansendrosis”, così resta sempre in quella posizione ruffiana, ma redditizia, tra finta indipendenza e mainstream. Vuole un nome ed un cognome? Perfetto: Gianluca Grignani ha molto più talento di lui!

WHITE STRIPES “Get behind me Satan” – XL/ Self

I Cacofonici, nonostante la calura, mi chiedono uno sforzo ulteriore ed ecco allora che…. sssiore e ssiori vi proporremo un numero mai tentato prima! Recensiremo quest’album senza averlo mai ascoltato!!!! (In verità lo fanno in parecchi, poi gente come Luzzato Fegiz che ascolti un disco oppure no, capisce uguale) Dalla copertina già si può intuire che questo duo (vai con il tormentone: marito e moglie? Fratello e sorella? Cugini da parte di madre? Schiava e padrone? Casalinga ed idraulico? Ma a chi cazzo possono interessare queste storielle?) è ad un svolta che segue quella del disco precedente ed a forza di svoltare sono sempre lì allo stesso punto. I tredici brani non presentano grandissime novità ed il suono resta a metà strada fra il folk urbano, che molti definiscono stiloso e chincaglierie blues alla Beck che mandano in brodo di giuggiole gli “alternativi”. Un disco ruffiano che sta con un piede nel mainstream e l’altro nell’indipendenza (non la Guerra interpretata guarda caso dal buon Jack White attore), ma può piacicchiare e di più alla musica di oggi è difficile chiedere, soprattutto da stelline dell’indie come queste, che non saranno mai capaci di scaldare veramente il cuore.
"da Cacofonico 08/05"

Live 8 o Live Cotto?


Molti di voi sapranno che io non amo affatto i concerti. Li trovo un rito arcaico ormai desueto quanto il loro nonno, il circo equestre, ormai fortunatamente quasi scomparso, e la loro mamma, l’opera lirica, che invece ancora succhia soldi pubblici che potrebbero essere destinati a miglior sorte. Non me ne vorrà l’amico Pennello a cui non è il pene a dare il pane, ma proprio questi avvenimenti sudaticci/mondani. Ogni tanto qualche avvenimento degno di nota c’è, ma non è certo il caso del Laivotto. Come sempre qualcuno si alzerà per dire: ma l’importante è aver segnalato al mondo i problemi di…, ma è una cazzata, la musica è la cosa più importante e non può essere usata come scusa da chi in un anno prende più royalties del PIL di due paesi del quarto mondo. In più se volessero fare delle cose serie, dovrebbero stracciare i loro contratti miliardari stipulati con major azioniste di fabbriche d’armi o rinunciare agli spot pubblicitari di aziende che con interessi in campo petrolifero foraggiano sanguinose guerre. Si potrebbe anche obiettare che Geldof ha organizzato questa kermesse per rilanciare la sua inesistente carriera, ma i simpatici subsahariani (a cui va ovviamente tutta la nostra simpatia ed il nostro rispetto) dovrebbero soprattutto preoccuparsi perché dal Live Aid del 1985 in qua le cose per loro sono addirittura peggiorate. “Cancellare il debito” è solo un insieme di parole ripetute allo sfinimento che non significano nulla, sarebbe molto meglio stanare i tesori nascosti alle Isole Cayman o nella civilissima Svizzera di quei dittatori feroci a suo tempo sostenuto dai governi occidentali. Per quanto riguarda il lato musicale è stato pure peggio della dissenteria, autentica piaga dei paesi africani. L’accozzaglia dei buoni sentimenti trasportati dalle limousine sui palchi, ha prodotto il nulla, che è la vera cifra stilistica della nostra epoca; non per niente, Coldplay a parte, le canzoni più belle avevano minimo vent’anni. C’è da dire che gli italiani hanno brillato come sempre per pochezza, non tanto per la qualità artistica (Renato Zero è un performer migliore di Robbie Williams, Mayala Carey fa sempre rimpiangere la Pausini) quanto per quella organizzativa, che non va mai oltre la sagra di paese. Qualche perla nel letame si è vista, come Bjork dal Giappone, o la conclusiva “One hundred years” (un messaggio di speranza, eh Smith?) dei Cure da Parigi. Per il resto è film dell’orrore puro, in versione multitasking sul satellite, che ci ha permesso di non perderci la “Roma capoccia” di Venditti con Baglioni e Britti (che non sapevano il testo), come il pistolotto ecumenico di papa BONOdetto XVI. Bizzarrie sparse: i REM non ispirati guidati da Stipe mascherato da Paperinik e l’assurdo coro di elogi per Madonna, il cui successo, a proposito di avventi mariani, è il quarto segreto di Fatima, perché non sa cantare, non sa ballare ed ha lo stesso sex-appeal di Livia Turco. Però in mezzo a tutta questa miseria il miracolo è veramente avvenuto, Mosè ha diviso le acque. Passata la mezzanotte, ecco sul palco quattro vecchi, vestiti come possono esserlo solo i musicisti di un dopolavoro ferroviario alla festa del patrono, in barba al marketing imperante che pezzi di merda come Chiambretti fingono di irridere. Il repertorio è composto da canzoni talmente note che le canta anche il tuo comodino e tutti sono lì pronti a farsi una grassa risata, ma la serata, anziché grondare torrido sarcasmo, si illumina di magia. La Freccia del Tempo scocca in senso contrario e va verso un’epoca perduta quando il rock era veramente il Verbo e torna indietro per suscitare a molti antiche e sopite emozioni ed a quelli che ancora nel 1981 erano casomai niente più che spermatozoi stupore per non aver mai ascoltato cose simili nel band coeve. Ecco allora che le cose finalmente hanno un senso e ci sentiamo meglio, non tutto il tempo dedicato a questo enorme karaoke è stato sprecato e dopo un fiume di parole inutili, parole importanti, ma assolutamente sprecate e svuotate come bontà, cinismo, solidarietà, evento, fame, debito, povertà… ci accorgiamo di aver dimenticato da tempo la più importante: leggenda.
"da Cacofonico 08/05"

MORGAN “Non al denaro, non all’amore, nè al cielo” – Sony /// COLDPLAY “X&Y” - Parlophone/EMI

… e se vi dicessi che De Andrè è sopravvalutato, voi mi tirereste quello che vi capita fra le mani, vero? Probabilmente avete ragione, allora diciamo che le canzoni di De Andrè sono tra quelle che risentono maggiormente dell’usura del tempo. Si potrebbe aggiungere che ognuno ha le star che si merita (come il governo… ma che cazzo di peccato mortale abbiamo commesso poi…) così qui ci troviamo di fronte ad un connubio gossiparo di cantanti + attrici (anche se definire Asia Argento un’attrice è come dire che un portabiciclette è una scultura o che Castelli è un ministro…) ma le consonanze si fermano qui. Sui Coldplay, alle prese con il difficile terzo album (quello che per i veri giornalisti segue il difficile album d’esordio ed il difficile secondo album) la stampa specializzata era pronta a sparare a zero, ma Martin & soci li han messi a sedere, così al massimo si è parlato di noia, come i critici musicali di Repubblica (perché Repubblica ha dei critici musicali???) od il New York Times che poi casomai sbava dietro ad un posteggiatore abusivo di nome James Burp o Blunt che sia. I migliori però sono quelli di R. Stone Italia (questo sì un gran periodico, con quei bei fogli grandi e resistenti, perfetti per incartarci il pesce) che rovesciano il mondo, snobbando i Coldplay ed incensando il lombardo Castoldi . Voi fidatevi solo del Cacophonico perché anche se “X&Y” non è un capolavoro assoluto, non ha una sola canzone da buttare e raccoglie le migliori sensazioni della musica inglese, dai Beatles ai Radiohead, passando per new-wave ed House of Love (a proposito è uscito da qualche mese un nuovo bellissimo album…). Non credete alla chiacchiera che vede “X&Y” un lavoro al servizio del suo leader, perché in verità la musica dei Coldplay è una perfetta alchimia di giri armonici, ritmi e melodie unica al mondo. Teneteveli stretti, a meno che in futuro non ci tradiscano come quei tromboni degli U2 ed alle prese con il “difficile” quarto album anziché darci uno Zo-So e ci rifilano una coglionata stile “fuoco indimencabile”. Badate solo alla musica, che in un disco ha ancora la sua importanza e lasciate i giochini da intellettuali a quelli che danno le lauree honoris-causa a gente come Vasco Rossi (di cui comunque ringraziamo i fans per aver preso a bottigliate le Vibrazioni ed i Velvet…) mentre fanno morire nella miseria Lauzi ed Endrigo… fidatevi, anche De Andrè sarebbe d’accordo….
"da Cacofonico - 07/05"

SYSTEM OF A DOWN “Mezmerize” - American/Columbia

Proletari di tutto il mondo unitevi!! La notizia è questa: il principe Alberto di Monaco, da sempre avvistato al fianco delle più grandi supertope del pianeta, ha messo incinta una cameriera ed una donna delle pulizie. Della serie: se vuoi scopare bene, devi andare dalle donne del popolo; nemmeno Fromm in “Marx e Freud” era arrivato a tanto. La questione si ripropone con i SOAD, che come immigrati armeni nella ricca terra hollywoodiana potevano al massimo aspirare ad una grande carriera di lavamacchine o scippatori ed invece sono diventati delle stelle del metal. Il nuovo disco in parte, parla proprio di questo, ma l’argomento è presente in tutta la loro musica. L’etnia degli armeni (ricordiamolo perché fa bene: prime vittime di uno sterminio di massa nel secolo scorso ad opera dei Neo-Europei Turchi, che continuano a negare) non è presente in senso di musica folk, ma come strana forma di follia che si estende da tutti i paesi balcanici fin verso l’Asia, dove tutto si accumula, si mischia, si cancella per poi rinascere sotto nuova forma. Del resto in ogni canzone dei SOAD ci sono idee per almeno un paio di lp e noi fai in tempo a scaldarti muscoli su un riff nu-metal che devi già memorizzare un ritornello funkeggiante e quando l’hai fatto i nostri sono già in un’opera lirica. Mezmerize accentua ancor di più dei dischi precedenti questa tendenza, arrivando quasi alla schizofrenia ed in un ossatura granitica entrano ed escono riferimenti new wave, punk ed hardcore, più qualche peccato veniale come una ballata di marca Hetfield che però è fatta talmente bene, da non potersi confondere con i tanti Petallica (i Metallica fatti col culo) che invadono i canali satellitari musicali. Proletari di tutto il mondo, siamo di fronte ad una band più anarchica che comunista, ma se oggi volete apprezzare lo spirito che fu dei PIL e dei Dead Kennedys, unitevi ai SOAD.
"da Cacofonico 06/05"