A VOLTE (SEMPRE PIU' SPESSO) RITORNANO

I pochi amici che ho cercano di convincermi sempre ad occuparmi di novità musicali, ma io non posso farci nulla, visto che la domanda è la stessa della politica: DOV’E’ LA NOVITA’? Se qualche anno fa vi avessero proposto la reunion degli Eagles, avreste reagito come alle dichiarazioni di innocenza della moglie di Mastella: ribaltandovi dalle risate. Oggi invece si rivaluta tutto, anche i Toto, ma il motivo è la scarsa passione che genera il presente. Ecco allora che un “Greatest Hits” del buon Morrissey, raccogliendo brani dagli anni ottanta ad oggi mette in riga tutti i gruppettini britannici degli ultimi cinque anni. E’ uscito anche “The golden age” (titolo per caso ironico?) degli American Music Club, un lavoro che nel secolo scorso avremmo potuto definire minore, ma che oggi svetta per brillantezza ed equilibrio delle composizioni; un disco capace di farvi una compagnia che nemmeno il più affettuoso dei retriever riuscirebbe a darvi. Dal passato, sempre con affetto, arriva pure Joe Jackson che riabbraccia il clima del “notte e dì” in “Rain” e senza infamia e con qualche lode, compresa quella dello stile, cosa non da poco e vi fornisce un prodotto meritevole di attenzione. Anche il compitino di Bob Mould (“District line”), sì proprio lui, è in grado di stupirvi per gradevolezza con canzoni in perfetta linea con il suo stile, fatto di ritmica semplice e chitarre sature senza eccessi. Certo non la tempesta elettrica del terzetto di Minneapolis che ha segnato indelebilmente la storia. …ed a proposito di storia: sono tornati i Bauhaus! Dico: non i Mission od i Nomadi (che purtroppo non se ne sono mai andati…) ma quelli veri… e ti vanno pure a tirare fuori un disco che sembra suonato da un rockband tribalista con frequenti squarci elettrici come ai tempi migliori, guidati dalla solita voce magnetica, una sorpresa. Sì, questa sì. Votate Murphy per un rock migliore, altrimenti fate come me: restate a casa. Insieme ai ritorni celebriamo chi se ne va visto l’addio del Quartetto Alban Berg.
(da Cacofonico nr. 50 - 03/08)

ENRICO RAVA & STEFANO BOLLANI "The third man" - ECM

Con l’avvento del “fazismo”, l’affermarsi cioè del pensiero debolissimo di quel presentatore televisivo che appoggia tutto quello che è carino, corretto e genuino, l’incolpevole Bollani risultava ai più il vero genio di questo duo. Lungi da noi sminuirne il magnifico tocco pianistico, ma si rende contemporaneamente necessario mettere sotto le luci dei riflettori Rava, un artista che, nonostante le medaglie conquistate sul campo, i più lo confondono con un onesto sergente. Inutile dirlo: ascoltare questo disco è terribilmente figo, ma anche indiscutibilmente (è un’orgia di avverbi questo articolo…) emozionante. I due sebbene siano diversi per età e formazione creano un’alchimia speciale grazie ad un affiatamento naturale (ma con Rava è facile…) e ci regalano un disco che fa della spontaneità la sua caratteristica principale. C’è un mondo intero racchiuso nelle note di questo “terzo uomo”, non minaccioso ed oscuro come il film di Reed con Orson Welles, un treno notturno di note che parte da locali fumosi ed arriva fino a noi, proprio ora che il salutismo ha ucciso l’ambiente del club, ma lascia intatto quello gonfio di estrogeni delle palestre chic e nonostante questa nazione sia il regno del cattivo gusto, Rava e Bollani si inseriscono con il loro magico mondo demodè ed in biancoenero alla ricerca di spiriti liberi e raffinati. Seguirli è un dovere oltre che un piacere.
(da Cacofonico nr. 49 - 02/08)

CHARALAMBIDES "Likeness" - Kranky

Esiste un genere inesistente? Un suono inaudito, un qualcosa che non sia immediatamente collocabile in una casella, in uno scaffale dove prenda polvere dopo due giorni? Chiaramente no, non esiste, ma da qualche tempo, dalla colata lavica della banalità che ha invaso i nostri insediamenti sono partiti alcuni rivoli di anticonformismo che intrecciandosi fra loro han dato risultati se non esaltanti, almeno piacevoli. Questi Charalambides (più facile imparare tutti i nomi della costituente del PD..) ad esempio si possono definire gli anti White Stripes per eccelenza; sono un duo, due coniugi (veri) provenienti dal Texas che anziché dare in pasto al pubblico finto r’n’r sanguigno quanto il succo di frutta al ribes, si sono inseriti negli interstizi di una musica che non ha bandiera e una serie di punti di riferimento piuttosto affascinanti quanto sfuggenti. C’è una voce che evoca le migliori signore della 4AD, chitarre distorte e giri armonici ripetitivi che sanno di velluto sotterraneo e mantra indiani attraversati da lampi elettronici. Facile parlare di globalismo musicale, ma qui non abbiamo a che fare con suggestioni speziate che infestano anche le hit da classifica (del resto ormai anche vostra nonna, a differenza di un tempo, ha contatti quotidiani con musiche non autoctone) siamo bensì di fronte ad un progetto teso a destabilizzare la melodia normalmente intesa. Un progetto da seguire assolutamente.
(da Cacofonico nr.49 - 01/08)

SIOUXSIE "Mantaray" - Polydor/Universal

OK Susan Ballion ha cinquant’anni, è già stato detto. Nell’accozzaglia di banalità ci possiamo aggiungere: primo disco solista, ex regina del dark ed icona gotica. Perfetto, chiuso il passato, arriviamo al presente, quello di un’artista che dopo aver cantato una sofferenza reale ed intima sottoforma di glaciali nenie, si rimette in gioco con una serie di brani sorprendenti seppur legati a stilemi facilmente riconoscibili. Sono proprio queste fonti di ispirazione a colpire maggiormente. Ritmiche possenti e pianoforti da crooner, sventagliate orchestrali e preziosismi cibernetici, chitarre distorte e sassofoni incandescenti : tutto questo ed altro per supportare una voce algida che si staglia al di sopra di tutto e di tutto; proprio come ha sempre fatto Siouxsie stessa, in grado di tenere in soggezione qualsiasi pubblico con la sola forza dello sguardo e di cancellare la presenza di Robert Smith al suo fianco sul palco (e io c’ero, cari cercatori di emozioni…). Vai allora con un’altra banalità: disco della maturità; ma lei non è arrivata, tutt’altro. Anzi, sta per ripartire, con un fascino inattaccabile ed molto più bella della scontrosa ragazzina del “Bromley contingent”, portatrice di dolorose esperienze, ma sempre in grado di guardare avanti perché “If it doesn’t kill you….”
"dal Cacofonico nr. 47 del 12/07"

THE ROSENKRANZ - DANCE BIT, DANCE!

L’ultimo Meeting delle Etichette Indipendenti ha ufficialmente dichiarato la morte della discografia ufficiale in favore della circolazione di idee su rete e non su supporto fisico. E’ stato istituito un concorso dall’esplicativo nome di MEI Space che si è rivelato un successo immediato, con una risposta vastissima, giusto per comprendere quanto la “vita artistica” di una band o di un solista non sia più legata alla classica dicotomia dischi/concerti, ma passi per altri canali. A suffragare questa teoria è la notizia di questi giorni che The Niro, artista romano già segnalato su queste pagine, ha firmato un contratto con una major, dopo un veloce passa parola tra gli utenti di rete. Vincitori del concorso MEI Space sono risultati The Rosenkranz (www.myspace.com/martinovergnano) provenienti dalla provincia di Torino e questa volta sul giudizio finale non c’è nulla da eccepire. Del gruppo piemontese si apprezza l’ironia, che abbonda nella loro pagina, ma soprattutto nella costruzione dei brani che alternano ballate folk a momenti più legati alla musica indie. Anch’essi di recentissima formazione, sono arrivati presto a comporre canzoni basate su idee semplici, ma non banali, con quel gusto stralunato che ha fatto la fortuna di tanti da Barrett a Wyatt, fino arrivare ai Flaming Lips meno metallici; ascoltarli è non solo piacevole, ma anche sorprendente, soprattutto nell’uso del violino. Altro genere, ma non meno talento per i Dance Bit, Dance! (www.myspace.com/dancebitdance) da Treviso, più legati a stilemi new-wave, o meglio ai gruppi forse più vicini a loro anagraficamente che si sono ispirati al post-punk, come Smashing Pumpkins o NIN, anche se qui l’elettronica è meno incessante. Presentano anche tratti ipnotici che ricordano, spero non si offendano, i Pink Floyd della seconda metà degli anni settanta, in pratica prima dell’esplosione megalomane del “Muro”, forse per le parti ritmiche, o le tracce d’organo, che insieme agli splendidi e misurati interventi di chitarra (tuffarsi nel “maelstrom” di “Kingdom of Annie” per credere) formano un corpo musicale di tutto rispetto, pronti per un live che dubito possa deludere, ma anche per la pubblicazione su cd che mi auguro sia prossima.

RADIOHEAD "In rainbows" - Autoproduzione

Il rischio più grande è che la questione”tecnica” del self-made e della distribuzione tramite internet distragga dal valore di questa nuova opera dei Radiohead. Tra l’altro il superamento della casa discografica è già storia vecchia, i Public Enemy già da qualche anno si sono mossi, Prince ugualmente, distribuendo l’ultimo album allegato ad un quotidiano inglese ed anche il nostrano Lucio Dalla, dicendo che il cd è morto (i suoi di sicuro…), si prepara ad uno sbarco in rete. Sai le risate se fa proprio come i Radiohead che han detto: “fate voi il prezzo” con la gente che sentite le ultime canzoni del bolognese, gli scarica davanti a casa carriole di verdura andata a male. Distrarsi da questa musica è un delitto, perché quest’album, in un anno invero piuttosto generoso (basta pensare anche solo a National ed Arcade Fire) si staglia come creatura brillante, nuova e multiforme. Anni fa in un’altra recensione mi chiedevo cosa sarebbe successo quando il “warpismo” avrebbe incontrato le chitarre “smithsiane”; qui non c’è una vera e propria risposta, ma Yorke e compagni fan vedere di aver distillato il meglio delle “new sensations” degli ultimi anni, con arrangiamenti inauditi (proprio nel senso di mai sentito prima). Questo è frutto di un lavoro particolare, in casa propria, senza alcuna pressione scandalistica, dopo aver collaudato i brani anche dal vivo, un’opera lenta e tenace da cui tutti dovrebbero trarre esempio. Non so se tramite rete od aspettando Babbo Natale che ve lo metta sotto l’albero, ma procuratevi questo disco, ne vale veramente la pena.
"da Cacofonico nr. 46 - 11/07"

OKKERVIL RIVER “The stage names” – Jagjaguwar Rec.

Nel cercare qualcosa di nuovo ci imbattiamo in questi Okkervil River che in verità sono già al quarto album. Disco piacevole non c’è che dire, ma che non si vada più in là di una certa grazia compositiva è significativo. Qui siamo in un ambito softcore-rock dove la musica americana viene riproposta in una confezione ricca di arrangiamenti con un occhio alla tradizione che a tratti può far pensare ai Wilco ed in altri momenti tocca una sognante solennità propria degli Arcade Fire, tutti nomi onorabili, ma certo non indicano una strada originalissima. Non che un bel disco debba essere per forza nuovo, od addirittura urticante, ma qui non si va oltre una gradevolezza da buona cover band ed anche se la strada intrapresa dagli OR è più ariosa che in precedenza, viene voglia di recuperare i lavori precedenti della band. Non un passo indietro, ma nemmeno avanti; siamo fermi, come tutto del resto.
"da Cacofonico nr. 45 - 10/07"

BATTLES “Mirrored” - Warp /// YOUNG GODS “Super Ready/Fragmentè” - PIAS

Parliamo di questi dischi, anche se sono usciti da un po’ di tempo giusto per farci una domanda affatto semplice: qual’è il suono del nostro tempo? Molti indicheranno i Battles, anche solo per il fatto che ci troviamo di fronte ad un gruppo contemporaneo. In più questa evoluzione del cosiddetto “math-rock” è molto a la pàge, arriva tramite l’etichetta giusta ed è benedetta dalla madre di tutte le recenti avanguardie: la Knitting Factory. Quando però vai a sollevare il velo ecco che saltano fuori ex-Helmet, Tomahawk ed uno che di cognome, non a caso fa Braxton. Un suono nuovo quindi che ha radici lontane. Se poi prendiamo in considerazione l’ensemble svizzero andiamo ancora più indietro e se si può affermare che la loro classica ricetta industrial è un po’ datata, dobbiamo ricordarci che questi anni fa se la giocavano con i Ministry. Ascendenze nobili a parte, si torna alla domanda iniziale: qual è il suono del nostro tempo? Le geometrie, forse un po’ troppo studiate a tavolino, dei Battles dove vengono analizzate chirurgicamente le nevrosi vertiginosi del vivere contemporaneo o le deviazioni libidinose degli Young Gods, dove ci si immerge nella cupa tensione di un futuro sconosciuto? Solo dopo che molte lune saranno passate potremo avere una risposta. In questi mesi ad esempio mi sono riascoltato l’opera omnia di Frank Zappa e devo dire amaramente che poche cose han retto al tempo; gli YG sono già sulla strada del declino è vero, ma cosa ne sarà dei Battles, soprattutto se finiranno in un labirinto di fusion no-wave?
"da Cacofonico nr. 44 - 09/07"

Dischi per l’estate

Come orientarsi nel pieno della calura per avere ristoro musicale? Quale cd portarsi in vacanza anche se ormai ci sono rimasti solo i soldi per un weekend a casa di nostra zia? Ma soprattutto: dove trovare un cd un po’ fuori delle righe, per non morire di noia e di ottuso rincoglionimento radiofonico? Facciamo un po’ d’ordine: innanzitutto salutiamo il ritorno dei Buffalo Tom, una compagine che stranamente non ha conosciuto la notorietà sebbene la sua classe sia pari se non superiore ad altre band americane del periodo grunge molto più “spinte” dalla critica. Il loro “Three easy pieces” è un lavoro sorprendente per freschezza ed ispirazione, come se gli anni non fossero passati. A proposito di sopravvalutazione ecco gli Smashing Pumpkins anche loro sulla strada del ritorno. Corgan torna nel gruppo, ma in verità si tratta di un altro lavoro solista. Restando in America, ma cambiando genere e generazione, ecco gli Interpol gemelli new-wave degli Editors. Alcuni critici li hanno trattati con freddezza, ovviamente non credetegli, il disco è eccellente, solo che hanno sbagliato singolo, perché è “Rest my chemistry” ad essere esplosiva. Muovendosi verso Chicago troviamo gli Shellac di Steve Albini che godendo di una libertà e di una considerazione esagerata, spesso confondono la sperimentazione con il cazzeggio. Passando ai pesi massimi dei dance-floor ecco gli UNKLE alle prese con un lavoro profondamente virato al rock, pieno di brani intensi, ma come sempre con gruppi come questi il problema è reggere l’intera durata del cd. Se vogliamo possiamo confrontarlo con l’album uscito da qualche tempo dei Chemical Brothers non troppo riuscito, anche perché i nostri si perdono in divagazioni kraut, mentre funzionano soprattutto quando spingono fino in fondo il pedale del ritmo. Se proprio volete perdervi in stranezze e chincaglierie varie non mollate il nuovo degli Architecture in Helsinki, ma soprattutto ricordatevi di non uscire nelle ore più calde.
Buona estate a tutti.
"da Cacofonico nr.43 - 08/07"

EDITORS “An end as a start” – Kitchenware Record

Sono innovativi gli Editors? No Sono eccessivamente retorici? Sì. …e allora perché ascoltarli, perché addirittura considerarli fra i migliori gruppi del mondo? Questo disco risponde e spazza via ogni dubbio a riguardo: è un’epoca questa dove la retorica è la risposta giusta ai guasti della cosiddetta società. Finite le ideologie, risvegliati dai sogni di tutte le utopie sognabili, esclusi dalla tavola troppo piccola del benessere materiale ed avvelenati dai nuovi profeti assolutisti di tutte le religioni, non resta a tutti noi che aggredire la vita con il pathos di chi crede che ancora un bacio, uno sguardo, una parola, possa cambiarla. Per anni tutto ciò era stato accantonato, deriso, considerata spazzatura per perdenti, ma se la gente corre nelle braccia di gruppi come questo o degli Interpol, fino ai Coldplay (artisti piuttosto diversi fra loro in ogni caso…) evidentemente sente la necessità di appoggiare la testa su un cuscino e versare lacrime, per poi alzarsi, aprire la finestra e sorridere guardando il sole, alla faccia di tutti gli analisti finanziari, degli intossicati delle firme e dei coolness-addicted. Perché almeno una volta nella nostra vita siamo stati patetici come coloro che fumano fuori dalle porte degli ospedali, come cita la title-track. Ringraziamo la Kitchenware che ha scoperto gli Editors, così come più di vent’anni fa fece con gli immensi Prefab Sprout altra band da non dimenticare MAI. Dieci canzoni meravigliose da ascoltare stravolti dal sudore estivo.
"da Cacofonico nr. 42 - 07/07"